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giovedì 3 marzo 2011

L'agorà araba di Barbara Spinelli

http://www.repubblica.it/esteri/2011/03/02/news/spinelli_esodo-13074281/index.html?ref=search




in “la Repubblica” del 2 marzo 2011
Strane e nuove cose stanno accadendo nei paesi arabi. Strane e nuove anche per quel che dicono di noi, democrazie assestate ma incapaci di ricordare come nacquero, di chiedersi se ancora sono all'altezza delle promesse d'origine. Tutti i paesi europei sono sconvolti dai turbini nordafricani, ma è in Italia che lo sgomento s'accoppia a quest'inettitudine, radicale, di interrogare se stessi. È come se ci fossimo abituati, lungo gli anni, a pensare la democrazia in maniera monistica: come se il dominio, anche da noi, fosse di uno solo. Come se una fosse la fonte della sovranità: il popolo elettore. Una la legge: quella del capo. Una l'opinione, anche quando essa coincide con il parere di una parte soltanto (la maggioranza) della collettività. Monismo e pensiero unico cadono a pezzi oltre il Mediterraneo, ma da noi hanno messo radici e vantano trionfi. Tocqueville spiega bene, nei libri sulla Rivoluzione francese, le insidie delle prese della Bastiglia. Il Re fu sostituito da un potere solitario, illimitato, più efficace della Corona.
Quello del Popolo, uno e indivisibile. Un solo valore venne eretto a valore supremo, non negoziabile: quello della Ragione. L'Uno è il fulcro del pensiero monistico, e surrettiziamente ci addestra a pensare contro la democrazia. Fino a due non riusciamo a contare. La stabilità è l'idolo cui sacrifichiamo le primordiali aspirazioni democratiche. Forse è il motivo per cui i governanti europei, e gli italiani in sommo grado, faticano a capire i paesi arabi o l'Iran. Stentano a osservarli, a parlarne: non ne hanno il vocabolario, pur essendo i padri dei dizionari democratici disseppelliti oltre il Mediterraneo anche per noi. Cantileniamo il ritornello della primavera dei popoli, e non sappiamo più quel che accade, quando un popolo s'appropria del proprio destino. Quel che urge
costruire, una volta distrutto il trono. Eppure basta guardare: non si riducono a questo, per ora, le rivoluzioni arabe. Non è un Popolo che si solleva, monolitico grumo di passioni che conquista il potere. Quel che vediamo sono le molteplici aspirazioni, il proliferare e differenziarsi di progetti, il bisogno –inaugurale in democrazia– di un regime regolato in modo da favorire tale differenziazione. Non il dominio del popolo è la meta ma la possibilità della disputa, la concordia  nutrita di discordia.
Due sono le caratteristiche delle rivoluzioni arabe, che possono finir male o bene ma sono comunque esperienze della democrazia ai suoi albori. In primo luogo la scoperta dell'altro, del diverso, non più sotto forma del nemico che si odia o cui ci si assoggetta: dunque la scoperta di sé, di quel che io posso fare per sortire dal marasma. È significativo che la prima scintilla delle rivolte sia stata il suicidio del tunisino Mohamed Bouazizi, giovane venditore ambulante, il 4 gennaio. Il gesto ha annullato d'un colpo anni di suicidi-omicidi terroristi, e per la prima volta l'arabo insorge cominciando da sé. La seconda caratteristica è la scoperta di quanto sia prezioso, perché ci sia democrazia, lo spazio pubblico dove le varie idee s'incrociano, s'oppongono, sfociano in delibera.
Nella Grecia antica si chiamava agorà: la piazza dove i privati s'incontrano, diventano cittadini che accudiscono la cosa pubblica oltre che la propria famiglia. Dove democraticamente decidono. Si decide votando a maggioranza, ma l'esistenza dell'agorà è il preambolo che dà spazio, dignità, legittimità al diverso.
Chi ha seguito su internet i tumulti arabi avrà visto le discussioni sterminate attorno a ogni articolo, appello. In assenza di un'agorà ufficiale (di una res publica), gli arabi scelgono internet e cellulari per parlarsi l'un l'altro come mai prima d'ora, per manifestare contro gli autocrati da cui erano manipolati, non governati. Il primo atto della democrazia è uscire di casa, contrariamente a quel che dice Berlusconi secondo cui la famiglia privata ti insegna tutto, e fuori s'aggirano scuri professori della scuola di Stato che inculcano nozioni devianti. Ha scritto Robert Malley sul Washington Post che Al-Jazeera è divenuta un attore politico di primo piano «perché riflette e articola il sentimento popolare. È diventata il nuovo Nasser. Il leader del mondo arabo è una rete televisiva».
Ma internet e Tv sono gli strumenti, non la stoffa delle democrazie nascenti.
Altrimenti potremmo dire che anche da noi le Tv commerciali sono state levatrici di democrazia. Quel che le reti sociali arabe suscitano è la pluralità di opinioni e notizie, non l'emergere dell'etere privatizzato italiano; non la Tv a circuito chiuso di Milano 2 che s'estende alla nazione ed è emblema del quartiere sbarrato che gli americani chiamano gated community. Al-Jazeera e social network arabi abbattono i recinti, aprono finestre. Le aprono a quel che le nostre democrazie inventarono, quando nacquero anch'esse nel tumulto: la pluralità di idee, la separazione dei poteri, la convinzione che il potere tende a estendersi, se altri poteri non lo fermano e controbilanciano. Le apre infine alla laicità, tappa essenziale delle democrazie d'occidente. Naturalmente è possibile che i Fratelli musulmani, più organizzati dei manifestanti, abbiano il sopravvento. Ma gli ingredienti iniziali delle rivolte non sono in genere confessionali. Può darsi che le cerchie autocratiche si limitino a spostar pedine. Ma gli insorgenti, come si vede in Tunisia, sgamano presto e non tollerano gattopardi che fingono cambiamenti. Un esempio significativo è il documento pubblicato il 24 gennaio sul sito del giornale Yawm al-Sâbi' ("Il settimo giorno"): un manifesto in 22 punti in cui si chiede la separazione tra religione e Stato, la dignità delle donne, il diritto di ogni cittadino (comprese donne, cristiani) di accedere alle massime cariche, tra cui la Presidenza. Il documento è firmato da una ventina di teologi e imam egiziani, ed è stato ripreso prima da Asia News e poi da più di 12.400 siti arabi. Ne parla da giorni Samir Khalil Samir, gesuita egiziano e professore in Libano e al Pontificio Istituto Orientale di Roma. Secondo Samir, i firmatari del proclama non sono soli: «Questo desiderio di operare una distinzione tra religione e Stato è un sentimento comune. La religione è una cosa buona in sé e non vogliamo ostacolarla, purché rimanga nel suo ambito, come una cosa piuttosto privata, che non entra nelle leggi dello Stato. Invece i diritti umani, questi sì!(...) E se la legge religiosa va contro i diritti umani, allora preferiamo i diritti umani anziché la sharia» (www.zenit.org). In Italia parole simili sono eresia, perché tutt'altro è lo spettacolo cui assistiamo: una regressione della laicità, della separazione dei poteri, della democrazia. Non stupisce che Berlusconi abbia difeso in principio i dittatori, temendo di disturbarli: non è la storia araba, ma la storia delle nostre
democrazie che non arriva a interiorizzare. Metà del mondo entra in contatto con la democrazia, con le tesi di Montesquieu sul potere frenato da altri poteri, ma lui è fermo, a presidio dell'Uno e l'Indivisibile, in polemica costante con ogni potere di controllo (magistratura, Consulta, Quirinale).
Mai come in queste settimane il suo esperimento è apparso superato: espressione di una democrazia impigrita, chiusa. Anche la sua idea di televisione non è agorà, inclusione del diverso. È un'opinione sola che grida dallo schermo della «scatola tonta» e ha l'impudicizia di presentarsi come Radio Londra armata contro tiranni. Non siamo certo gli unici ad arrancare dietro la primavera araba senza sapere perché arranchiamo: dimentichi dei patti coi tiranni, dei profughi respinti ai nostri confini e consegnati ai campi di concentramento libici, dell'Arabia tramutata in terra d'affari. Il ministro degli Esteri francese Michèle Alliot-Marie ha reagito all'inizio come Frattini, Berlusconi. Ma in Francia son bastati due mesi, e domenica il ministro ha dovuto dimettersi, spinto dal suo stesso partito. Il discorso sui valori, caro al Premier quando inveisce contro la scuola pubblica, o contro l'adozione da parte di single o gay, o contro il diritto del morente a decidere se farsi o non farsi tenere in vita, è frutto di questo monismo non democratico. È una visione gradita alla Chiesa, che può ottenere potere (non in omaggio ai Vangeli ma a una sacralizzazione della stabilità degna del Grande Inquisitore) spartendolo alla maniera dell'Islam radicale: agli imam le moschee, i soldi, la signoria sulle anime; agli autocrati l'imperio politico inconfutato. L'orizzonte è quello dell'agorà negata: che trasforma l'inquilino della comunità protetta non in cittadino, ma in consumatore appeso alla scatola tonta, incapace di uscire e scoprire la Città.

La legge guaina



Ora che la Lega gli ha garantito altri quattro mesi di pazienza e dunque di vita (quest’anno non si vota più: l’annuncio solenne a “Porta a porta” per bocca di Fini) il cavaliere inesistente può scansare le carte che lo danno in picchiata nei sondaggi, problema accantonato per difetto d’urgenza, e concentrarsi sulle scadenze imminenti. I suoi processi, naturalmente. È in corso una gara di sartoria tra i suoi avvocati-stilisti, tutti rigorosamente nominati in parlamento e dunque pagati da noi. Ieri la legge-guaina, concepita per aderire al Nostro come una muta da sub, l’ha progettata l’astro nascente Luigi Vitali, deputato Pdl, subito ripreso e sconfessato dal titolare della maison Niccolò Ghedini irritato dall’intraprendenza del ragazzo di bottega. Bisogna dire che era un gioiello, il modello primavera-estate intitolato “prescrizione breve”. Nel testo il beneficiario dell’indulgenza, capace eventualmente di vanificare il lavoro istruttorio di certe procure in specie quelle situate nei capoluoghi del Nord, risponde al seguente identikit: deve avere più di 65 anni, essere incensurato, le carte a suo carico devono essere state depositate in un secondo momento rispetto a quelle che riguardano i primi indagati specie se costoro hanno nomi di frutti di bosco tipo mora mirtillo o lampone. Nulla si dice dell’altezza, del colore della tintura per capelli né di eventuali protesi meccaniche del prescritto breve, tanto hanno capito benissimo anche i bambini. Ne riferirà comunque Alfano in consiglio dei ministri giovedì prossimo, dando prova di restare serio in volto. Con l’altra mano un altro ministro, questo leghista, esclude la possibilità che gli italiani vadano a votare per i referendum insieme al ballottaggio delle amministrative del 15 maggio. I tre referendum, come sapete, riguardano l’acqua pubbliLa legge Guaina ca, il nucleare e la giustizia (legittimo impedimento). Votare il 29 maggio, insieme al secondo turno delle amministrative, avrebbe consentito un risparmio di circa 350 milioni oltrechè una maggior affluenza alle urne. Maroni ha stabilito che invece si debba tornare al voto una terza volta due settimane dopo, il 12 giugno. L’elettorato leghista, ormai avvezzo a trangugiare ogni genere di sconcezza, dovrà dunque assecondare anche l’inutile spreco di denaro pubblico che senza vergogna Maroni sottoscrive. L’unica spiegazione - quella che non possono dare - è che ora hanno paura del voto. Sì, hanno paura degli italiani. Proprio quelli che hanno democraticamente eletto il premier e che vengono sempre chiamati in causa (a sproposito) come fonte di legittimazione da opporre all’eventualità di un normale processo. Ecco, ora che quegli italiani potrebbero esprimersi d’incanto è meglio di no. Dopo, magari più avanti. In estate, dai. E se si devono buttare 350 milioni pazienza, tanto siamo già usciti dalla crisi, non avete visto? E chi dice che qualche decina di milioni si potrebbe forse destinare alla scuola pubblica è un provocatore di quelli che andranno di nuovo in piazza il 12, professori fannulloni e studenti ignoranti. Che gente.

3 marzo 2011

lunedì 28 febbraio 2011

"GIU' LE MANI DALLA SCUOLA PUBBLICA"

“L'attacco alla scuola pubblica è un attacco alla democrazia”

"Il giudizio del Presidente del Consiglio sulla scuola e gli insegnanti ci indigna profondamente, anche se le sue parole sono tristemente coerenti con le scelte fatte dal suo governo" questo il commento diMarilena Pillati, responsabile Scuola del PD dell'Emilia-Romagna agli attacchi di Berlusconi alla scuola pubblica. Mentre negli altri Paesi si è puntato strategicamente su saperi e formazione, nessuna "profonda e storica riforma della scuola e dell'università" ha guidato le scelte del governo, che hanno svelato fin dall'inizio un disegno miope e privo di qualunque orizzonte strategico per il Paese. "Un progetto - prosegue Pillati - il cui scopo è quello di indebolire e dequalificare la scuola statale, sottraendole risorse e dignità, per favorire lo sviluppo di un mercatodell'istruzione. Dietro alla sottrazione di risorse alla scuola pubblica c'è, infatti, molto più dell'esigenza di contenimento della spesa pubblica: c'è la volontà di colpire il luogo dell'incontro, del pluralismo, dell'uguaglianza e della libertà. C'è la volontà di attaccare uno dei pilastri della nostra democrazia". 

"Il vergognoso attacco di Berlusconi agli insegnanti della scuola statale e le dichiarazioni della fedelissima Mariastella Gelmini - ribadisce la responsabile Scuola del PD regionale - sono l'ennesimo avvilente e imbarazzante spettacolo a cui deve assistere questo Paese, un Paese oramai consapevole di non essere nell'agenda di questo Governo, dove trovano spazio solo gli interessi del premier e la propaganda". 
"La delegittimazione della scuola pubblica come istituzione educativa da parte di un Presidente imputato per concussione e prostituzione minorile è inaccettabile e ridicola non meno della difesa ad oltranza del Presidente del Consiglio da parte della Gelmini, secondo la quale la sinistra guarda alla scuola pubblica italiana come ad un luogo di indottrinamento ideologico. Bene ha fatto Pierluigi Bersani - conclude Pillati - a chiedere le dimissioni del Ministro Gelmini, molto più interessata a difendere il Presidente del Consiglio che il ruolo della scuola e la dignità degli insegnanti, i veri eroi moderni".





domenica 27 febbraio 2011

Costretti e inculcati

invece
 



sabato 26 febbraio 2011

Quote latte: supermulta in arrivo per l’Italia. Grazie alla Lega


Per difendere una delle lobby che sostengono il Carroccio, il governo proroga la scadenza del pagamento delle multe. E lo fa con i soldi della ricerca

Scritto da Paolo Ribichini il 24 febbraio 2011 in Politica / Società

cobas latte e1298486123328 Quote latte: supermulta in arrivo per lItalia. Grazie alla LegaEssere furbi conviene. Soprattutto quando il governo fa di tutto per non punire chi “ci prova”. Nel decreto Milleproroghe si ritorna a parlare di quote latte. Quando sembrava che fosse una questione sepolta dal tempo, ecco che la Lega la rispolvera. Sfruttando il suo accresciuto peso specifico nella maggioranza ha inserito un emendamento al decreto che prevede una ulteriore proroga, per il pagamento delle multe da parte di chi aveva violato il tetto massimo, al 30 giugno 2011, per un valore complessivo di 280 milioni di euro. E a pagare per pochi furbi saranno tutti i cittadini.
Un po’ di storia. Le quote latte vengono stabilite nel 1984 a livello europeo. Si tratta di una soglia oltre la quale gli allevatori possono continuare a produrre latte ma a costo di un tributo molto elevato che di fatto disincentiva una produzione eccedente. Le quote latte si sono rese necessarie per tenere alto il prezzo del latte in modo da favorire gli stessi produttori europei. Ad ogni paese è stata assegnata una quota in base alla produzione dell’anno precedente calcolata sulla cessione di latte dagli allevatori ai trasformatori. All’Italia è stata fissata una quota pari a 8.823 migliaia di tonnellate di latte. Mentre per gli allevatori questo limite appariva troppo stringente, i vari ministri dell’Agricoltura che si sono succeduti negli anni seguenti hanno di fatto incentivato il superamento della quota, spiegando che sarebbe stato il Paese ad accollarsi il costo delle “multe”. Questa politica che strizzava un occhio a chi violava la normativa europea, è proseguita fino al 1995, quando la Finlandia, nuovo membro della Ue, ha sollevato la questione di fronte alla Corte di Giustizia. Gli allevatori che avevano sforato, quindi, sono stati costretti a versare il dovuto. Dopo anni di proteste e di rinvii, nel 2003 si giunse ad un compromesso tra Roma, Bruxelles e gli allevatori: le “multe” sarebbero state pagate con una rateizzazione trentennale, senza interessi. Molti allevatori, legati alle principali associazioni di categoria, hanno accettato, mentre una parte minoritaria (541 produttori di latte) ma non ininfluente (i cosiddetti Cobas del Latte) tutt’oggi si rifiuta di versare il dovuto.
Ora è l’Italia a rischiare una multa. Se il decreto dovesse essere approvato con l’emendamento “incriminato”, l’Italia rischia “l’apertura di una procedura di infrazione da parte dell’Unione Europea”, come spiega il ministro dell’Agricoltura Giancarlo Galan. Il nostro Paese sarebbe costretto a pagare una salatissima multa (un miliardo di euro, secondo alcuni analisti) per venire incontro a quegli allevatori che rappresentano in alcune aree agricole del nord il nucleo fondamentale della base elettorale leghista. Ma al danno si aggiungerebbe la beffa. Lo stesso ministro Galan è convinto che tutto ciò “minerebbe la credibilità che attualmente ha il nostro Paese in Europa”. Così, la stessa posizione del ministro a livello europeo “risulterebbe assai indebolita se passasse l’ennesima ‘furbata all’italiana’, volta a premiare chi non rispetta le normative comunitarie”.
Tutti contro l’emendamento. Oltre al ministro, sono contrarie all’emendamento le principali organizzazioni agricole, Coldiretti, Confagricoltura e Cia e, come era prevedibile, i parlamentari dell’opposizione. Per Ernesto Carbone del Pd si tratta di un “emendamento salva-ladri”. “La proroga delle multe sulle quote latte è del tutto ingiustificata e appare ancora più grave se si considera che nello stesso provvedimento non sono stati accolti importanti emendamenti di interesse agricolo sull’attività delle associazioni degli allevatori e sul gasolio”, sostiene il presidente di Coldiretti Varese Fernando Fiori.
Finanziare la proroga con i soldi della ricerca sul cancro. E come se non bastasse, per finanziare la dilazione il governo utilizzerà 5 dei 50 milioni previsti per la ricerca sul cancro. Una contrazione del 10% dei soldi a disposizione nel fondo istituito dalla Finanziaria 2011 per “interventi urgenti finalizzati al riequilibrio socio-economico, allo sviluppo dei territori, alle attività di ricerca, alle attività di assistenza, ricerca e cura dei malati oncologici e alla promozione di attività sportive, culturali e sociali”. Un danno doppio: ai malati oncologici e agli allevatori onesti che hanno sempre rispettato le quote, nonostante fossero inique.

Federalismo, Zoggia: "Bossi festeggia aumento tasse a cittadini e imprese"



di Davide Zoggia,  pubblicato il 23 febbraio 2011 , 70 letture
“Dispiace che la Lega sul federalismo abbia definitivamente scelto di far prevalere la demagogia a scapito dell’efficienza e della qualità. Bossi oggi con le sue parole di giubilo sull’approvazione della riforma del federalismo municipale si vanta, di fatto, di aumentare, le tasse ai cittadini e alle imprese. Infatti con l’Imu gli imprenditori pagheranno più tasse e i cittadini si vedranno aumentare le tariffe dei servizi a causa dei tagli nei trasferimenti del governo. E’ una riforma fatta male che complica le cose e aumenta le tasse. Senza contare che tradisce lo spirito stesso del federalismo. Infatti, non solo non si verifica alcun trasferimento dei poteri dal centro alla periferia, ma addirittura si assiste al fenomeno inverso: un rafforzamento del potere centrale. Ancora una volta saranno gli italiani a pagare per gli interessi e i precari equilibri della maggioranza”.

venerdì 25 febbraio 2011

Ecco il piano eversivo sulla Giustizia


25 febbraio 2011 - Nessun Commento »
Cancellato con un tratto di penna l’articolo 112 della Costituzione sull’obbligo dell’azione penale oggi esercitato dal pubblico ministero; introdotta, su esplicita richiesta della Lega, la possibilità dinomina elettiva dei capi degli uffici giudiziari (in particolare dei procuratori generali e dei procuratori della Repubblica); diviso in due l’attuale Csm, uno della magistratura giudicante presieduto dal Capo dello Stato, l’altro dei pm con al vertice il ministro della Giustizia (o di cui il Guardasigilli diverrebbe membro di diritto nel caso in cui la presidenza andasse al Procuratore generale); previsto il sorteggio di Pm e giudici eleggibili ai due Csm tra coloro che hanno almeno dieci anni di anzianità. Sono queste le novità anticipate dall’Ansa (24 febbraio, ore 19.40). Dalle ultime bozze di riforma costituzionale della giustizia che il Guardasigilli Angelino Alfano illustrerà martedì 1°marzo, alla Consulta Giustizia del Pdl, e che potrebbe arrivare al successivo Consiglio dei ministri, emergono ipotesi di modifica ancor più radicali di quelle sottoposte lo scorso novembre al vaglio dei finiani prima della rottura. Ma il testo, di cui la Lega è stata informata nel corso del Comitato interministeriale di martedì 22 febbraio, potrebbe essere cambiato o edulcorato in qualche sua parte. Tutto dipenderà – viene fatto notare in ambienti della maggioranza parlamentare – da come andrà l’altra partita in gioco, quella sulla riscrittura della legge Cirielli sulla prescrizione che, o con il taglio di un quarto o con il non computo degli atti interruttivi (art.160 del codice di procedura penale) a favore degli incensurati, potrebbe far ‘morire’ uno dei processi a carico del premier: quello Mills, che potrebbe presto avviarsi alla conclusione in primo grado.
Oltre alla separazioni delle carriere di giudici e Pm (i primi ritenuti un ordine autonomo e indipendente da ogni potere, mentre i secondi organizzati secondo le leggi sull’ordinamento giudiziario di cui si immagina la modifica), la riforma prevede al momento un modello radicale, che molto si avvicina a quello francese di sottoposizione del Pm all’esecutivo. Al Guardasigilli spetterebbe infatti la funzione ispettiva, l’organizzazione della giustizia e la formazione delle ‘toghe’, oltre al dover riferire annualmente alle Camere sull’esercizio dell’azione penale e sull’uso dei mezzi d’indagine. Di più: se passasse l’ipotesi di un Csm dei Pm presieduto dal ministro della Giustizia, la composizione sarà non più a maggioranza togata, ma per 2/3 di eletti dal Parlamento tra professori universitari in materie giuridiche e avvocati. I maggiori poteri del ministro sono dimostrati anche dal suo diritto di partecipare ai lavori del Csm dei giudici (la cui composizione resterebbe però a maggioranza togata), ma senza diritto di voto. A entrambi i Csm sarà vietato di adottare atti di indirizzo politico o di esprimere pareri sui ddl del governo, a meno che non ne faccia esplicita richiesta il ministro della Giustizia. Al proprio interno, ciascun Csm avrà una Corte di disciplina i cui componenti non potranno partecipare alle altre deliberazioni sulle ‘toghe’.
Restano confermate, come nelle bozze sottoposte all’esame dei finiani in novembre, l’inappellabilità delle sentenze di assoluzione o di proscioglimento, l’uso della polizia giudiziaria non in modo indiscriminato da parte del Pm, ma secondo modalità stabilite per legge e l’introduzione in Costituzione del principio di responsabilità degli atti compiuti da Pm o giudici nell’esercizio delle loro funzioni. In forse, invece, la previsione di un quorum qualificato di 2/3 dei giudici della Corte Costituzionale per la dichiarazione di illegittimità delle leggi. La Lega, nel chiedere ad Alfano di dare più spazio al principio dell’amministrazione popolare della giustizia con i procuratori capo elettivi, avrebbe anche sollecitato maggiore prudenza rispetto a misure impopolari, che rischierebbero di non far passare alla riforma lo scoglio del referendum.