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mercoledì 4 dicembre 2013

8 DICEMBRE PRIMARIE PD


 










Si vota per eleggereIl Segretario nazionale del Partito Democratico e gli 11 rappresentanti reggiani nell’Assemblea nazione del PD.


Chi può votare
Possono votare i cittadini italiani, i cittadini dell’Unione europea residenti in Italia, i cittadini di altri Paesi in possesso di regolare carta o permesso di soggiorno o documento equiparato.
L’età minima per votare è 16 anni.

Gli studenti universitari e i lavoratori fuorisede possono votare nella città dove studiano e/o lavorano, iscrivendosi on-line (www.primariepd2013.it) oppure alla sede provinciale del PD (via Gandhi 22 - Reggio Emilia - organizzazione@pdreggioemilia.it)entro le ore 12 di venerdì 6 dicembre 2013.

I cittadini affetti da infermità fisiche tali che ne impediscano la possibilità di recarsi al seggio, possono far richiesta del voto a domicilio entro le ore 12 di venerdì 6 dicembre 2013 rivolgendosi o al proprio Circolo PD o direttamente all’Unione provinciale (0522-237911).

I cittadini che prevedono di trovarsi fuori dalla provincia di Reggio Emilia l’8 di dicembre, debbono effettuare la registrazione on-line (www.primariepd2013.it) entro le ore 12 di venerdì 6 dicembre 2013 o contattando direttamente l’Unione provinciale PD (0522-237911).

Come si vota
Domenica 8 dicembre si vota dalle ore 8 alle ore 20.00
Per votare occorre presentarsi al seggio con un documento d’identità. Per votare occorre dichiarare di essere elettori del Partito Democratico, accettare la registrazione nell’Albo degli elettori del PD e versare almeno 2 euro. Ogni elettore riceve la scheda di voto per il Segretario e l’Assemblea Nazionale. Barra sulla scheda il nome della lista del candidato a Segretario Nazionale del PD che intendi sostenere.

Dove si vota
I seggi allestiti in tutta la provincia sono 94. Nel link sottostante puoi trovare l'ubicazione del tuo seggio alle Primarie in base al numero della sezione elettorale nella quale voti alle elezioni politiche (riportato sulla tessera elettorale).
CERCA IL TUO SEGGIO


http://www.partitodemocratico.re.it/index.html?idpg=7&id=2615



VIOLENZA SULLE DONNE. ANCORA TANTA STRADA DA FARE

In occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, venerdì 29 novembre la Conferenza Permanente delle donne ha promosso un incontro che ha visto la partecipazione e gli interventi delle parlamentari Pd Antonella Incerti, Leana Pignedoli e Vanna Iori ma anche dei colleghi Maino Marchi e Paolo Gandolfi nonchè della consigliera regionale Roberta Mori, di Maria Stella D’Andrea e del segretario provinciale Andrea Costa.

L’incontro condotto da Claudia Aguzzoli al centro sociale Buco Magico è stato un passaggio importante per fare il punto sui tanti aspetti che caratterizzano questo fenomeno molto esteso e ancora sottostimato. L’impegno del Pd sulla lotta alla violenza di genere è un punto fermo del partito.

Tante le iniziative di sensibilizzazione realizzate, ma soprattutto la promozione di norme tese a offrire strumenti nuovi per combattere la violenza e a garantire concretamente le pari opportunità. Nello scorso mese di ottobre è stato convertito in Legge il cosiddetto “Decreto contro il femminicidio” che segna un passo importante nella definizione di una normativa specifica, percorso che sta compiendo anche la Regione Emilia Romagna attraverso una Legge quadro sulle pari opportunità. “Crediamo – dicono le Democratiche – sia molto importante in questa fase avere un quadro chiaro della normativa in essere, dei relativi punti di forza e criticità, nonché dei passaggi e delle azioni che è necessario compiere nelle istituzioni e nella società civile per
la lotta alla violenza sulle donne. E crediamo fermamente che in tutto ciò debbano essere coinvolti a pieno titolo anche gli uomini”.
“La violenza – ha detto Vanna Iori nel corso del suo intervento – viene da lontano nella storia delle donne, ma è stata spesso taciuta per vergogna o paura. Oggi possiamo dire che il clima culturale sta cambiando, anche grazie al Decreto 93/2013, poi trasformato in Legge, che è al contempo espressione di questo cambiamento e stimolo per proseguirlo.
Le donne del PD si sono molto impegnate per il raggiungimento di questo primo obiettivo, ed è spiaciuto moto il mancato voto di SEL. Naturalmente questo Decreto è solo un primo passo a cui ne vanno aggiunti altri”. Per Antonella Incerti “la ratifica della convenzione di Istanbul non è solo un gesto politico, ma implica obblighi precisi e impegna il Governo e il Parlamento ad implementare ogni azione volta a ristabilire l’uguaglianza e ad eliminare gli ostacoli alle pari opportunità. Il decreto è un primo passo importante perché ora le donne sono più protette.
Bisogna rilevare che spesso la base della violenza è nella relazione affettiva che si sviluppa tra le mura domestiche ed esula dalla relazione giuridica. Questo decreto quindi non è sufficiente. Oggi le donne sono più sicure, ma manca una legge quadro nazionale che tenga insieme molti più elementi. Ora per esempio ci si sta occupando del fenomeno delle dimissioni in bianco, che interessano quasi 1 milioni di donne”. Le fa eco la consigliera Roberta Mori: “l’iniziativa di oggi è un’occasione importante che segna una presa di responsabilità forte da parte del nuovo segretario. Quella delle politiche di genere diventa così una priorità politica e quindi istituzionale per gli enti dove siamo forza di governo”.
Forte la presenza maschile all’incontro. Elemento necessario per attuare quel cambiamento culturale di cui si sente il bisogno. “A livello regionale – conclude Mori – si sta lavorando ad una legge quadro per la parità che prevede diversi strumenti. Il Decreto è solo l’inizio; esso prevede un piano nazionale con azioni trasversali e più incisive”.
Maino Marchi ha rassicurato rispetto al fatto che “su questo decreto come sulla convenzione di Istanbul l’impegno del gruppo parlamentare PD è stato concreto, anche nelle commissioni che vedono una minore presenza femminile come la commissione bilancio della Camera”. E Leana Pignedoli ha voluto sottolineare come, “Trattandosi di un problema culturale, va affrontato da più punti di vista, ora per esempio iniziamo a parlare anche dei maltrattanti. Si tratta di un PD che vuole una società diversa. Da qui all’8 marzo – ha detto Pignedoli – proviamo a cambiare visione e approccio e cerchiamo di organizzare iniziative con gli amministratori per mettere insieme gli obiettivi del partito su queste questioni. Apriamo un tavolo con i centri perché il percorso sarà lungo e complesso”.
Maria Stella D’andrea, della Conferenza permanente delle donne, si è soffermata anche sugli aspetti che coinvolgono la Sanità. D’andrea ha spiegato che “Gli operatori hanno fatto fatica ad accettare questa legge. Fino al 31.10 le donne uccise in Emilia Romagna nel 2013 sono 10 e per altre 10 si parla di tentato omicidio. Gli accessi al Pronto Soccorso a Reggio Emilia per donne che hanno subito violenza sono moltissimi e le donne che accedono pongono innanzitutto il tema di curare il proprio compagno. Dobbiamo finanziare i centri antiviolenza. Chi forma il personale che si occupa di queste persone? In Italia non esiste una specializzazione universitaria in tal senso. Abbiamo solo 1 centro a livello nazionale che si occupa dei maltrattanti, si trova a Modena ma siccome hanno troppe richieste non accettano inserimenti da fuori provincia.
All’iniziativa è intervenuta anche la Silvia Iotti dell’associazione Nondasola che ha spiegato come le donne vittime di violenza diano alle associazioni e ai centri antiviolenza un patrimonio di conoscenza che non può essere ignorato da chi costruisce le politiche. La legge ha un forte valore simbolico, ma presenta limiti obiettivi. Pratica d’aiuto e visione politica non possono essere divise nella costruzione di strumenti ad hoc”.
Le conclusioni sono state affidate al segretario provinciale Andrea Costa. “Non stiamo parlando delle donne, ma di come si costruisce una società migliore per tutti. Ad oggi – ha detto il segretario – il PD ha una rappresentanza straordinaria nel mondo delle stituzioni. Questo decreto, che pure ha i limiti che abbiamo condiviso, ha finora consentito di salvare 51 donne. C’è sicuramente molto altro da fare, innanzitutto sul piano culturale. In previsione delle elezioni amministrative del 2014, è necessario definire politiche trasversali
che accomunino tutte le liste PD anche rispetto a queste tematiche”.

venerdì 29 novembre 2013

Le Primarie del PD entrano nel vivo con il confronto Tv tra i candidati alla Segreteria del partito: Gianni CuperloMatteo Renzi e Giuseppe Civat. Oggi alle ore 21, su Sky Tg24 HD (canali 100 e 500 e in simulcast su Cielo), 

sabato 23 novembre 2013

IL PD CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE

Carissimi,

il 25 novembre ricorre la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.
La stampa ci restituisce quotidianamente, anche a livello locale, un quadro drammatico rispetto a questo tema, che coinvolge tutti senza distinzioni di razza, provenienza geografica, religione o ceto sociale.

Il Partito Democratico è fortemente impegnato nella lotta alla violenza non solo attraverso la realizzazione di iniziative di sensibilizzazione, ma soprattutto con la promozione di norme tese a offrire strumenti nuovi per combattere la violenza e a garantire concretamente le pari opportunità.

Il 15 ottobre è stato convertito in Legge il cosiddetto “Decreto contro il femminicidio” che segna un passo importante nella di definizione di una normativa specifica, percorso che sta compiendo anche la Regione Emilia Romagna attraverso una Legge quadro sulle pari opportunità.

Crediamo sia molto importante in questa fase avere un quadro chiaro della normativa in essere, dei relativi punti di forza e criticità, nonché dei passaggi e delle azioni che è necessario compiere nelle istituzioni e nella società civile per la lotta alla violenza sulle donne. E crediamo fermamente che in tutto ciò debbano essere coinvolti a pieno titolo anche gli uomini.

L’Unione Provinciale del PD e la Conferenza permanente delle donne democratiche vi invitano caldamente a partecipare all’iniziativa “IL PD CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE”, che si terrà venerdì 29 novembre, alle ore 17.00 presso il centro sociale Buco Magico di Reggio Emilia. In allegato trovate il programma dettagliato.

Vi aspettiamo numerosi, perché il percorso di civiltà per il “NO” alla violenza su delle donne va fatto insieme.



Il Segretario prov.le PD
Andrea Costa




La Conferenza Permanente
delle Donne Democratiche
di Reggio Emilia



martedì 3 settembre 2013

La prima ragione di decadenza.

L'ineluttabile decadenza 

di Luigi Ferrajoli

Il dibattito sulla decadenza da parlamentare di Silvio Berlusconi sta diventando sempre più penoso. All’analfabetismo istituzionale della destra si sono infatti aggiunte le opinioni di giuristi e commentatori anche di sinistra i quali, di fronte al ricatto di far cadere il governo, hanno sollevato dubbi stranissimi sulle ragioni della decadenza. Queste ragioni sono ben due, tra loro distinte e assolutamente chiare: l’inidoneità a ricoprire la carica di parlamentare per almeno sei anni, stabilita dalla legge Severino del 31.12.2012, e la pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici comminata con la condanna per frode fiscale divenuta definitiva dopo la pronuncia della Cassazione.

martedì 20 agosto 2013

la Grazia non è una larga intesa ma.....


Chiedere la Grazia è ammettere la colpa / DA UNTO DEL SIGNORE A MIRACOLATO DI NAPOLITANO?


Da unto del Signore a miracolato di Napolitano? L’istinto gli dice che chiedere la grazia non sarebbe umiltà, ma umiliazione. La furbizia invece gliela suggerisce come ultima spiaggia. .............continua a leggere :   http://www.francescomerlo.it/?p=1396

venerdì 9 agosto 2013

È da quel vuoto, da quel che c’è nella testa di chi si volta dall’altra parte, che si deve partire.


di Concita De Gregorio
in “la Repubblica” del 9 agosto 2013
Inasprire le pene non basta, naturalmente, e forse non serve. Le buone leggi non sono quelle che nascono dalle pessime abitudini e tentano di sanarle, condonarle, depenalizzarle, regolarle e infine punire, sì, chi davvero esagera.
Di quelle siamo pieni. Le buone leggi sono quelle che provano a indicare una rotta, e la tracciano. Sono quelle che tentano di definire il perimetro di ciò che la cultura civile deve (dovrebbe) ritenere giusto e lecito e non nascono allo scopo di contenere il danno dei comportamenti diffusi, illeciti o criminali, ma hanno l’ambizione di cambiare le regole della convivenza nella testa e nel cuore dei cittadini prima che nelle aule di tribunale. In questo caso inasprire la pena è eventualmente un segnale, appena un inizio. Forse un deterrente, in qualche raro caso, ma non basta e non serve. È piuttosto difficile difatti immaginare che chi massacra di botte una donna sia dissuaso dal farlo dalla consapevolezza, ammesso che ce l’abbia, che rischia cinque o dieci anni in più di galera. Non è l’ergastolo eventuale a fermare la mano di chi fa a pezzi la moglie e la seppellisce in giardino, né l’eventualità di un arresto può cambiare l’atteggiamento di chi picchia abitualmente la donna con cui vive, e se ci sono i figli ad assistere pazienza, anzi meglio così imparano subito come va il
mondo. È semmai, caso per caso, l’educazione che quell’uomo ha ricevuto in famiglia e a scuola, le parole e i gesti che ha visto e sentito per decenni tutto attorno a sé, da suo padre e sua madre, nella vita e in televisione, è lo sguardo degli altri sul suo. Lo sguardo degli altri: se sia indulgente, indifferente o feroce. La disapprovazione sociale, il disprezzo di chi ti sta intorno: questo sì, forse, può fermarti.
In questo senso la parte più interessante del decreto che vuole combattere la violenza sulle donne – violenza che dilaga da anni dietro una soglia di vigilanza laschissima, un generale compatimento compiaciuto – non è la prima, pene più severe, ma la seconda e la meno nitida, quella che parla del “pacchetto di provvedimenti di prevenzione”. Certo. È più difficile e ci vuole più tempo. Eppure non c’è altro modo che non sia quello di cominciare dalle scuole, dall’educazione in classe, dal non consentire alle femmine quello che è consentito ai maschi, dalla formazione di personale che sappia parlare ai più piccoli perché sono i bambini quelli che tornano a casa e insegnano severi agli adulti: questo non si fa. Dal rifinanziamento dei centri antiviolenza, in via di scomparsa. Dall’evitare, quando vai a denunciare che il tuo ex ti perseguita o che il tuo compagno ti riempie di botte, che non ci sia solo, come spesso accade, qualcuno al commissariato che ti dice “Signora, torni a casa”. Ci vogliono molti soldi, per fare tutto questo, ma prima ancora ci vuole la consapevolezza che si tratta di una priorità assoluta: culturale, non giudiziaria.
Perché poi le regole, quando sono da sole a combattere la loro guerra, sembrano ingiuste anche quando sono giuste. Dire che la pena sarà di un terzo più severa nel caso in cui le vittime siano incinte o mogli o compagne o fidanzate del carnefice è comprensibile, dal punto di vista del legislatore, perché sì che battere una donna che aspetta un bambino o che ha un vincolo di fiducia con chi la aggredisce è più grave. Ma stabilisce anche una discriminazione culturalmente delicatissima verso le donne che non fanno figli e non hanno legami con un uomo. In che senso uccidere una donna non sposata e non madre è meno grave? Vale forse di meno per la società?
Infine. Che la querela non sia ritirabile è decisione ottima, giacché chi è vittima di violenza è anche in genere vittima di intimidazione. Tuttavia nella grande maggioranza dei casi le donne offese non sono in condizione di denunciare. Perché non sanno, non possono, a volte perché non vogliono. Ciò che emerge alle cronache è una parte minima di ciò che accade. Ci sono dunque casi in cui si dovrebbe poter procedere d’ufficio. Non lasciare sole le donne che subiscono violenza significa anche alleggerirle dal peso di una scelta a volte tremenda, in specie se ci sono figli piccoli o se la donna dipende economicamente dall’uomo. Andare a controllare, verificare, assisterla anche se non è lei a chiederlo.
Trattare poi le minacce verbali, quando avvengono per scritto su Internet attraverso i social media, alla stregua dei vecchi biglietti sotto la porta o delle scritte sul finestrino della macchina,è semplicemente prendere atto del fatto che esistono forme di comunicazione ormai non più così nuove, adeguarsi a una realtà evidente e prenderla finalmente in considerazione.
È una buona notizia, che questo decreto ci sia. Che Josefa Idem l’abbia voluto come primo atto del suo breve mandato, sarebbe stata un buon ministro e lo sa bene Enrico Letta che dopo averla invitata a dimettersi con intransigenza fortemente diseguale ieri l’ha pubblicamente ringraziata. È una buona notizia che tenga conto della convenzione di Istanbul ratificata poche settimane fa in un’aula parlamentare deserta. Quell’aula era deserta, però. Come se questi fossero atti dovuti che non cambiano le cose, non interessano nessuno. È da quel vuoto, da quel che c’è nella testa di chi si volta dall’altra parte, che si deve partire.

mercoledì 24 luglio 2013

OLTRE 11MILA FIRME PER DIRE NO ALLA VIOLENZA

                                                                               

Comunicato stampa


Le firme, raccolte dalla Conferenza delle Donne PD dell'Emilia-Romagna per la promozione di una legge di iniziativa popolare contro la violenza di genere, sono state consegnate alla Presidente dell'Assemblea Legislativa Palma Costi

Nella prima metà del 2013 sono stati commessi 67 femminicidi in Italia, tra questi 5 in Emilia-Romagna. La violenza degli uomini contro le donne è, nel mondo, la prima causa di morte per le donne tra i 16 e i 44 anni. Per contribuire a fermare questa strage, le Donne Democratiche dell’Emilia-Romagna hanno raccolto 11.440 firme - più del doppio di quanto richiesto e in appena tre mesi - su una proposta di legge di iniziativa popolare “per la creazione della rete regionale contro la violenza di genere e per la promozione della cultura dell’inviolabilità, del rispetto e della libertà delle donne”.
Venerdì scorso a Bologna le delegate provenienti da tutta la regione e guidate dalla coordinatrice Lucia Bongarzone, hanno consegnato le firme alla presidente dell'Assemblea Legislativa Palma Costi, mettendo così in moto l'iter istituzionale necessario per la discussione del testo. La cerimonia è stata preceduta da un flash mob coreografico nell'adiacente piazza Renzo Imbeni, per dire “Basta violenza!”.

Hanno partecipato all’incontro diversi consiglieri regionali PD, tra cui il segretario regionale Stefano Bonaccini e la consigliera reggiana, presidente della Commissione per la Parità, Roberta Mori. “La nostra presenza oggi rappresenta una piena assunzione politica e istituzionale del tema della violenza, inserito nella battaglia culturale e legislativa per la parità dei diritti che stiamo portando avanti in Regione con i lavori della Commissione – ha dichiarato la presidente Mori - A quello delle associazioni e dei centri antiviolenza si aggiunge ora il contributo delle Donne Democratiche con la loro iniziativa popolare, a stimolare ulteriormente e arricchire di contenuti la nostra proposta di legge quadro per la parità e contro le discriminazioni di genere, che sarà in Aula in autunno.”

Le firme sono state raccolte grazie all'impegno delle Conferenze delle Donne Democratiche territoriali, che in tutta la regione hanno organizzato banchetti, volantinaggi, punti informativi. Solo nella città di Reggio Emilia e provincia sono state raccolte 1907 firme. I consigli comunali di Modena, Reggio Emilia, Rimini, Ravenna e quelli provinciali di Reggio Emilia e Rimini, hanno approvato il testo della proposta di legge. Atti politici e istituzionali importanti, perché la violenza di genere, non soltanto fisica ma anche psicologica, economica, sessuale, rappresenta una piaga che dobbiamo combattere, tutti insieme, uomini e donne.


Reggio Emilia, 22 luglio 2013



venerdì 12 luglio 2013

L’umiltà costituzionale

L’umiltà costituzionale

12 luglio 2013 -
Walter Tocci



Signor presidente, colleghi senatori, se dovessi risultare sgradevole sappiate che non è mia intenzione. Vorrei ribaltare un famoso incipit dicendo che tutto fuorché la cortesia mi porta contro questa proposta di legge. Il mio dissenso comincia nel titolo, si alimenta nel testo e diventa totale sull’idea stessa di toccare la Costituzione. Per rispetto del mio partito non voto contro, ma nel rispetto dell’articolo 67 della Costituzione non posso votare a favore. D’altronde c’è già troppo unanimismo: si diffondono luoghi comuni che suonano veri solo perché vengono ripetuti con sicumera dall’inizio del dibattito trent’anni fa. Alcuni giovani parlamentari andavano ancora all’asilo, il mondo è cambiato, ma l’agenda è rimasta sempre la stessa. L’entusiasmo iniziale delle Bicamerali si è tramutato in una vera ossessione a modificare le istituzioni, una malattia solo italiana che non trova paragoni in nessun altro paese occidentale. È difficile credere che la nostra Carta sia tanto più difettosa delle altre da meritare questo accanimento terapeutico. È più probabile che il malanno dipenda dagli improbabili costituenti. Siamo chiamati a dichiarare che la revisione della Costituzione è oggi una suprema esigenza nazionale.
Mi chiedo, perché? Per cosa? E in nome di chi?
Il perché riguarda il tema della decisione. Si ricorre all’ingegneria istituzionale per obbligare il politico a fare ciò che non gli riesce spontaneamente. Si riprende a sfogliare l’atlante politologico alla ricerca del modello – francese, tedesco, spagnolo, americano e perfino australiano – che dovrebbe essere capace di redimere la politica. Questo cadornismo applicato al sistema politico-istituzionale ha sempre fallito: il bipolarismo doveva eliminare la corruzione, il federalismo doveva promuovere lo sviluppo locale, il maggioritario doveva garantire la stabilità e via di questo passo. Per dirla con Don Abbondio, chi non ha la volontà politica non se la può dare con gli artifici istituzionali. Eppure questa illusione è dura a morire. Ha sostenuto strategie politiche, animato talk show, ha creato perfino un nuovo ordine professionale degli ingegneri istituzionali – costituito dai parlamentari esperti del tema, ai quali va comunque la mia stima personale, dai giuristi che ne hanno fatto una carriera accademica e dagli editorialisti che ne hanno fatto una fortuna mediatica. L’ordine degli ingegneri si pone solo domande tecniche, evitando i problemi che potrebbero mettere in discussione la sua esistenza.
Il dato saliente del trentennio è la crisi dei partiti. La causa politica dell’ingovernabilità è stata però trasferita in capo alle istituzioni: “se non si decide, non è colpa mia ma dello Stato che non funziona”. Questo è il motto del politico, a tutti i livelli, dal governo nazionale fino all’ultimo dei municipi. Ma lo sviamento non è stato innocuo. È servito come alibi alla politica per non affrontare i suoi problemi, che nel frattempo si sono aggravati. Le istituzioni sono state stravolte per finalità strumentali invece di essere curate nella loro essenza. La promessa era di riformare lo Stato per migliorare i partiti, ma sono peggiorati entrambi; mai erano precipitati tanto in basso nella stima dei cittadini. È tempo di fare sobriamente la nostra parte lasciando in pace le istituzioni. L’unica riforma veramente necessaria è cambiare i nostri partiti per renderli adeguati a governare il futuro Paese.
La domanda sul cosa si è ridotta a un mantra: il mondo cambia e bisogna decidere in fretta. Ma in quest’aula sappiamo bene che le leggi più brutte sono proprio quelle più frettolose: il Porcellum fu approvato in poche settimane; le leggi ad personam di gran carriera; diversi decreti di Monti, dai contratti di lavoro fino all’eliminazione delle province, furono approvati tra lo squillar di trombe e si ritrovano oggi smontati dal governo Letta. Il decisionismo senza idee ha prodotto un’alluvione normativa che soffoca l’economia e la vita quotidiana dei cittadini. Ce la prendiamo con la burocrazia come se fosse un destino cinico e baro, ma essa dipende dalle troppe leggi che approviamo qui. Aveva ragione Luigi Einaudi a fare l’elogio della lentezza parlamentare come antidoto all’ipertrofia normativa.
Non è la velocità, ma la qualità che manca al procedimento legislativo. La causa è nello strapotere dei governi che da tanti anni impongono a colpi di fiducia le leggi omnibus, con centinaia di commi disorganici, improvvisati, spesso modificati prima di essere applicati. Questa peste normativa distrugge l’Amministrazione dello Stato, fa nascere i contenziosi, le interpretazioni fantasiose e la paralisi attuativa. Bisognerebbe restituire al Parlamento la piena sovranità legislativa, ma questa autoriforma dovremmo farla noi, cari colleghi, senza delegarla all’ordine professionale degli ingegneri istituzionali. Dovremmo attuarla con l’orgoglio di parlamentari: poche leggi l’anno, in forma di Codici unitari, delegando funzioni al governo e aumentando i poteri di controllo; stabilire che non si legiferi senza prima valutare i risultati delle leggi precedenti; dare alle commissioni parlamentari poteri effettivi di inchiesta – un dirigente di Finmeccanica, quando viene chiamato in Senato, dovrebbe temere la graticola come un dirigente di strutture federali chiamato a render conto di fronte al Congresso americano.
Sulla terza domanda, in nome di chi, si risponde di solito appellandosi all’interesse nazionale. Eppure ogni volta che abbiamo modificato la Costituzione ce ne siamo poi dovuti pentire: il Titolo Quinto ha creato conflitti permanenti tra Stato e Regioni; dopo lo ius sanguinis del voto all’estero oggi si passa a invocare lo ius soli per i figli degli immigrati; prima si blocca il pareggio di bilancio e poi si esulta per la deroga concessa dall’Europa.
D’altro canto, basta leggere il testo per notare la discontinuità. La bella lingua italiana, con le parole semplici e intense dei padri costituenti, viene improvvisamente interrotta da un lessico nevrotico e tecnicistico, scandito dai rinvii a commi, come in un regolamento di condominio. Sono queste le parti aggiunte da noi.
Fortunatamente i cittadini hanno evitato i guai peggiori bocciando la legge costituzionale ideata dagli stessi autori del Porcellum. L’unico baluardo lo abbiamo trovati nei presidenti di garanzia come Scalfaro, Ciampi e Napolitano. Mi sconcerta la leggerezza con la quale si ritiene possibile demolire questo ultimo bastione. In Italia la personalizzazione si è sempre presentata come patologia, mai come responsabilità della leadership. Non scherziamo col fuoco. Il presidenzialismo non sarebbe un emendamento, ma un’altra Costituzione.
Dovremmo avere un senso del limite. I nostri partiti rappresentano oggi a malapena la metà del corpo elettorale. L’altra metà ha manifestato in tutti i modi il suo disagio e la sua sfiducia. Non è saggio usare la revisione costituzionale per santificare un governo privo del mandato elettorale. Questo è il vulnus che segna la modifica del 138. Il procedimento lega la sorte del governo ai tempi e ai modi della revisione costituzionale. Porre un vincolo di maggioranza come inizio e come fine della riforma è una forzatura politico-costituzionale senza precedenti in Italia e in Europa. I governi passano e le costituzioni rimangono – non dimentichiamolo.
La nostra, la mia generazione ha dimostrato abbondantemente l’inadeguatezza al compito costituente. Che possa adempierlo oggi, al minimo storico del consenso elettorale, è un ardimento senza responsabilità, è una dismisura contro la saggezza costituzionale. Lasciamo alle generazioni successive il compito di rielaborare l’eredità ricevuta dai padri costituenti. Non tutte le generazioni hanno l’autorevolezza per cambiare le Costituzione.
Dovremmo prenderne atto con l’umiltà che dovrebbe sempre accompagnare l’esercizio del potere. Quell’umiltà che è oggi il miglior contributo che possiamo portare alla Carta Costituzionale.

lunedì 28 gennaio 2013

Fuori dall'Europa di Gad Lerner


di Gad Lerner
in “la Repubblica” del 28 gennaio 2013
Cosa aspetta il Ppe a liberarsi di questo impenitente ammiratore di Mussolini? Cos'altro manca per riconoscere che non è solo ignoranza storica se Berlusconi ha profanato col suo delirio revisionista la cerimonia milanese in ricordo della Shoah, prima di appisolarsi soddisfatto?
L’uomo che vent’anni fa sdoganò, con abile calcolo politico, il neofascismo italiano, ancor oggi alla presidenza della Regione Lazio ricandida quel Francesco Storace di cui ricordiamo le maledizioni contro Gianfranco Fini, colpevole di aver reso omaggio in Israele al memoriale degli ebrei sterminati dal nazifascismo. Mentre in Lombardia vorrebbe cedere il comando al segretario di un partito xenofobo e antieuropeo, Roberto Maroni, che da ministro dispose la raccolta delle impronte digitali dei bambini rom.

Prima di liquidarla come ennesima gaffe (con solita smentita), conviene ascoltarla e riascoltarla testualmente la dichiarazione rilasciata ieri di fianco al binario 21 da cui partirono verso Auschwitz i trenimerci dei deportati. Rivelatore è l’impulso di Berlusconi a comprendere le motivazioni del regime fascista: «È difficile adesso mettersi nei panni di chi decise allora…». Ancor più netta è l’identificazione con «un leader, Mussolini, che per tanti altri versi aveva fatto bene». D’accordo, c’è il delirio personalistico di un uomo che si ricandida per la sesta volta consecutiva a capo dell’Italia, immedesimandosi nel mito del Ventennio. Ma proprio per questo Berlusconi avverte la necessità di addomesticare la storia. Quasi che assolvendo quel Mussolini che, prima delle leggi razziali, «aveva fatto bene», gli venisse più facile chiedere poi agli italiani di chiudere un occhio anche sulle proprie, di malefatte.
Per questo ci vengono nuovamente propinate, sfregiando la Giornata della Memoria, le favole su una «connivenza non completamente consapevole» del fascismo nella persecuzione degli ebrei. Fino a pretendere indulgenza per il Duce che promulgò le leggi razziali e ordinò la deportazione nei campi di sterminio, cui sarebbero da addebitarsi «responsabilità assolutamente diverse» rispetto a quelle di Hitler. Provo un senso di vergogna a commentare simili affermazioni; pur sapendo che lo stereotipo degli “italiani brava gente” è duro a morire in un paese che per reticenza e pavidità culturale delle sue classi dirigenti (Chiesa compresa) non ha fatto con la dovuta severità i conti con le sue responsabilità storiche.
Ormai è dimostrato incontrovertibilmente che il regime fascista aveva sprigionato il suo antisemitismo già ben prima del 1938, l’anno delle leggi razziali. Così com’è risaputo che il nazionalsocialismo tedesco aveva tratto ispirazione dalla dittatura mussoliniana, di cui era un alleato naturale. Ma la destra di Berlusconi si nutre di questa teoria giustificazionista dei due tempi, secondo cui sarebbe esistito un fascismo buono, prima, e un fascismo cattivo poi. Non a caso gli manifestava benevolenza già dieci anni fa, quando doveva pur essere più lucido: «Mussolini non ha mai ammazzato nessuno. Il Duce mandava la gente in vacanza al confino», affermava. Dimenticati in una sola boutade gli assassinii politici, i Tribunali speciali, la soppressione delle libertà democratiche che avevano preceduto le leggi razziali. Altro che «Mussolini per tanti altri versi aveva fatto bene».
Ma più ancora che il falso storico, colpisce il degrado morale rivelato da Berlusconi quando ci invita a comprendere la scelta di Mussolini alle prese con la forza di quell’alleato tedesco che pareva destinato a conquistare l’Europa intera. Ascoltiamolo di nuovo testualmente: «È difficile adesso mettersi nei panni di chi decise allora. Certamente il governo di allora, per il timore che la potenza tedesca si concretizzasse in una vittoria generale, preferì essere alleato alla Germania di Hitler piuttosto che contrapporsi. E dentro questa alleanza ci fu l’imposizione della lotta…» – qui Berlusconi esita un attimo sull’uso osceno della parola “lotta”, prima di aggiungere - «… e dello sterminio contro gli ebrei. Quindi il fatto delle leggi razziali è la peggiore colpa di un leader, Mussolini, che per tanti altri versi aveva fatto bene».Dobbiamo ritenere che, date le circostanze, per necessità, per convenienza, anche lo “statista”
Berlusconi potrebbe subire simile “imposizione” da dittatori criminali contemporanei? Noi sappiamo bene che il Duce era razzista e antisemita in proprio, senza bisogno dell’incoraggiamento di Hitler. Ma a Berlusconi che vuole ignorarlo, e si sforza di entrare nei panni di Mussolini, dovremmo forse concedere una tale infame esitazione?


mercoledì 19 dicembre 2012

PRIMARIE DEL PARTITO DEMOCRATICO PER LA SCELTA DEI PARLAMENTARI

A RIO SALICETO, le PRIMARIE PER LA SCELTA DEI PARLAMENTARI si terranno il prossimo 30 DICEMBRE, dalle ore 8.00 alle ore 21.00, presso il CENTRO CULTURALE W. BIAGINI di Via XX Settembre.

Alle PRIMARIE potranno votare tutti gli iscritti del PARTITO DEMOCRATICO e tutti coloro che si sono registrati per votare  alle PRIMARIE PER IL CANDIDATO PREMIER DEL CENTRO-SINISTRA PER LE ELEZIONI POLITICHE 2013 dello scorso 25 NOVEMBRE.

NOTA BENE: NELLA GIORNATA DI GIOVEDI' 20 DICEMBRE, DALLE ORE 18.30 ALLE ORE 19.30 IL CIRCOLO DI RIO SALICETO (NUOVA SEDE DI VIA GARIBALDI) RIMARRA' APERTO PER LA RACCOLTA DELLE FIRME NECESSARIE PER SOSTENERE LA CANDIDATURA DEGLI ASPIRANTI PARLAMENTARI. POTRANNO FIRMARE SOLO I TESSERATI PD. La Direzione Regionale del 18 Dicembre u.s. ha fissato in venerdì 21 Dicembre il termine ultimo per la consegna delle firme di sostegno alla candidatura.

martedì 18 dicembre 2012

REGOLAMENTO PER LE CANDIDATURE AL PARLAMENTO PER LE ELEZIONI POLITICHE 2013


DIREZIONE NAZIONALE PD
17 dicembre 2012

REGOLAMENTO PER LE CANDIDATURE AL PARLAMENTO PER LE ELEZIONI POLITICHE
2013 
Ai fini della più ampia partecipazione e del rinnovamento della politica, il Partito democratico promuove primarie aperte per la selezione delle candidature al Parlamento nazionale per le elezioni politiche del 2013.
Attraverso lo strumento delle primarie il Partito democratico intende selezionare i propri candidati in coerenza con i suoi principi statutari e con la vocazione di partito di governo, aperto alla società, in grado di promuovere nelle composizione delle liste, e in particolare nelle posizioni eleggibili, competenze di donne e di uomini.
Come affermato nell’art. 1 dello Statuto, il PD si impegna a rimuovere gli ostacoli che si frappongono alla piena partecipazione politica delle donne e al raggiungimento della democrazia paritaria.


lunedì 8 ottobre 2012

Assemblea nazionale del Pd Roma 6 ottobre 2012


Relazione del segretario Pier Luigi Bersani

Prima di tutto, vorrei cominciare con una bella notizia: il segretario generale dell’Onu, Ban Ki Moon, ha scritto poche ore fa al Consiglio di sicurezza così: sono lieto di informarvi della mia intenzione di nominare Romano Prodi come mio inviato speciale per il Sahel. E’ una grande soddisfazione per noi. Tanti auguri di buon lavoro in una situazione certamente difficilissima.
Care democratici e cari democratici, cari membri dell’Assemblea nazionale, questa volta non avrete da me una relazione organica e omni-comprensiva. Sarò breve. Pronuncerò solo qualche considerazione introduttiva alla discussione e alle nostre decisioni, senza riprendere temi politici e programmatici che ho già esposto di fronte a voi recentemente. In particolare, vorrei rimandare all'occasione della festa nazionale di Reggio Emilia, che tra l’altro, lo ricordo, si è svolta a conclusione di una stagione di oltre duemila feste, che hanno confermato sia il volto popolare del nostro partito, sia la passione civile e politica di migliaia di volontari e di militanti ai quali dobbiamo corrispondere come gruppo dirigente. Non dobbiamo scandalizzare: dobbiamo corrispondere.
Starò ai punti essenziali. Primo punto e qui mi metto nello spirito delle cose che diceva anche la presidente Rosy Bindi: sono certo che da questa assemblea e da ciascuno dei suoi partecipanti sarà colta la crucialità e direi anche la solennità di questo momento. Io non amo l’enfasi, come si è capito in questi anni. Quindi, quel che dico adesso lo dico sul serio: noi siamo oggi, più di quello che possiamo pensare, non solo sotto gli occhi dell’Italia, ma sotto gli occhi di una larga schiera di osservatori politici, economici, diplomatici dell’Europa e del mondo. Affido a ciascuno di noi la piena consapevolezza di questo dato. La compostezza, la serietà e il rigore delle nostre decisioni daranno un segno non irrilevante delle possibili prospettive dell’Italia, non del Pd, dell’Italia, perché ci stanno guardando per l’Italia.
Consideriamo infatti la situazione essenziale e con un linguaggio di verità. Primo: consideriamo il drammatico distacco tra cittadini e politica, secondo me peggiore rispetto al 1992. Secondo: consideriamo la situazione economica e sociale. Siamo in mezzo alla crisi più grave, più lunga e più incerta che si sia vista in Italia e in Europa dal dopoguerra. Terzo: consideriamo le tendenze già operanti e i rischi di frantumazione e di balcanizzazione del sistema politico, la crisi scomposta della destra, l’insorgere di nuovi e antichi populismi, ma anche di più e oltre: una voglia e generica e potente di rifiuto, di semplice e radicale rifiuto che corre nel Paese.
Chiunque abbia a mente tutto questo non può non concludere che senza il Pd non c’è alcuna possibilità di mettere ordine nelle prospettive del Paese. Nessuna possibilità. Non c’è possibilità di suscitare le forze vitali, che pure ci sono in Italia, chiamandole ad una riscossa. Al contrario, c’è il rischio evidente che il Paese si metta davanti ad una palude o forse anche ad una avventura.
Noi sappiamo bene, non siamo ingenui, che in Italia, in Europa e anche oltre, c’è chi può pensare che un Paese stremato, indebolito e portato all'impasse possa essere comandato o comprato per poco. Lo sappiamo bene. Ripeto: non siamo ingenui. Ma c’è anche chi, pur non avendo certamente in testa queste intenzioni, non comprende la fase attuale. Qualche volta l’incomprensione riguarda anche il nostro stesso grande campo dei democratici, dei progressisti. La nostra discussione non deve peccare di leggerezza, non deve ignorare che in questi mesi possiamo essere a un tornante storico per la vita del Paese. E  quindi di qualsiasi cosa noi si discuta, deve percepirsi l’ancoraggio ai problemi, alle ansie del Paese e la preoccupazione di lavorare per una prospettiva positiva per l’Italia. L’ho detto altre volte: guai se ci facessimo sorprendere lontani dal punto principale della questione, che è l’Italia, gli italiani, il cammino che abbiamo davanti, direi che è la bussola per il futuro degli italiani. Il punto è proprio questo: la bussola per il futuro degli italiani. E’ di questo che si deve parlare, è di questo che dovranno sentirci parlare. Ribadiamo dunque in questa occasione, davanti all'Italia e al mondo, e avendo di fronte mesi cruciali e decisivi, chi siamo e che cosa vogliamo. Noi siamo un partito riformista, capace di garantire la decisione politica e di governo a partire da culture plurali. Noi siamo l’unica forza politica che ha radici incontestabili e di assoluta coerenza nella fedeltà all'ideale europeo, con la forza dei fatti e non solo con le parole. 
Noi garantiamo la piena affidabilità sull'asse fondamentale della nostra politica europeistica e porremo questa affidabilità come condizione ineludibile ed esigibile per qualsiasi alleanza di governo. 
Ho detto e ripeto che noi consideriamo la credibilità e il rigore che Monti ha mostrato al mondo come un punto di non ritorno. Ai dubbiosi, sinceri o strumentali che siano, rispondiamo che non c’è bisogno di spiegare a noi il valore davanti al mondo di questa esperienza di governo e di questa personalità: noi abbiamo voluto Monti e lo abbiamo voluto al prezzo di una nostra rinuncia. Noi lo stiamo sostenendo in condizioni difficili, spesso fronteggiando noi i problemi acuti della società e caricandoci di responsabilità non nostre. Certo non da soli. Ma noi prima di ogni altro abbiamo mandato a casa Berlusconi e aperto la strada al governo Monti. Quindi noi non abbiamo bisogno di ricevere istruzioni su questo punto, né per l’oggi, né per il domani. Noi prenderemo il meglio di questa esperienza e ne garantiremo lo sviluppo, ma nel pieno recupero di una fisiologia democratica e politica.
Una fisiologia democratica e politica è un diritto per l’Italia come per ogni altro Paese, ma per l’Italia è anche un dovere, se vogliamo presentare al mondo un Paese che esce da un eccezionalismo perennemente instabile. E noi vogliamo che questo diritto e questo dovere non vengano contraddetti da una legge elettorale che, pur nel giusto superamento della Calderoli, tuttavia oscuri i temi della governabilità e della trasparenza del rapporto con gli elettori. Su questo stiamo lavorando. 
Secondo punto che vogliamo chiarire. Noi sappiamo da dove si deve partire per rimettere in moto il Paese. Noi partiremo dalla riforma delle istituzioni e della politica, dal rinnovamento morale, dalla riscossa civica, dai diritti illuminati dall’articolo 3 della nostra Costituzione. Noi partiremo da lì per il cambiamento. La nostra parola sarà il cambiamento. E sappiamo anche come fare: moralità, sobrietà, legalità, regole, uno strumento operante davvero per rivedere in modo organico la seconda parte della Costituzione, legge sui partiti, costi della politica, norme anticorruzione (quelle che resteranno da fare, dal falso in bilancio all’antiriciclaggio, e così via), diritti fondamentali, parità di genere, giustizia per i cittadini, trasparenza e regole di mercato, liberalizzazioni.
Insomma, noi non vogliamo meno riforme di quelle viste fin qui: noi ne vogliamo di più e di più pertinenti, e fuori dai condizionamenti di una destra che ha corroso negli anni legalità e civismo e che ancora oggi tiene il piede sul freno. Quindi sia chiaro che, disturbando anche noi stessi se sarà necessario, noi alzeremo la bandiera di un rinnovamento morale del Paese.
Terzo punto, la questione economica e sociale. Una parola in più sono costretto a dirla per un motivo molto semplice. Io ritengo, e spero naturalmente di sbagliarmi, che noi non arriveremo alle elezioni senza sviluppi ulteriori nella dinamica della crisi. Leggo in quello che sta avvenendo sul piano economico e sociale un’urgenza di cui francamente mi sembra che non ci sia consapevolezza nella discussione pubblica. Le cose così non vanno, e non possiamo chiudere gli occhi. E’ tempo di aprire gli occhi in Europa e in Italia. Non rifarò qui la storia di questi anni di crisi, non prenderò di nuovo spunto dalle analisi che più volte abbiamo fatto. Sto all’oggi, all’urgenza. Se guardiamo i Paesi sotto condizionalità formali da alcuni anni, e cioè Irlanda, Grecia e Portogallo, più la Spagna, che le condizionalità se le è dovute dare da sé, il risultato in sintesi è il seguente: tutti questi paesi hanno avuto una drammatica riduzione della ricchezza prodotta, per alcuni paragonabile a un periodo bellico; tutti hanno visto aumentare il debito pubblico anziché ottenerne una riduzione; tutti hanno visto la disoccupazione galoppare; nel frattempo la dinamica dell’intera area euro si può
sintetizzare così: c’è chi va in recessione, c’è chi va in stagnazione, c’è chi va in rallentamento. La freccia indica per tutti una direzione sola. Chi è più sul fronte viaggia al ritmo di due manovre all’anno. E il distacco tra i cittadini e la democrazia si fa sempre più drammatico. L’Italia è pienamente e drammaticamente dentro questa tendenza, perché la recessione è più forte delle previsioni. Finiremo purtroppo oltre il 2,4 stimato. Le previsioni di finanza pubblica peggiorano. Il Sud si allontana ancora di più, basta leggere il rapporto Svimez per rendersene conto, mentre l’Italia si allontana ancora di più dall’Eurozona. Noi dal 2007 abbiamo perso 7 punti percentuali di Prodotto interno lordo e 20 punti percentuali di produzione industriale. 
Prendere questa enorme questione solo dal lato degli spread è insufficiente e perfino illusorio. C’è poco da fare. La speranza fatalistica in una ripresa nel 2013, purtroppo – dobbiamo essere sinceri - non ha pezze d’appoggio. Quindi bisogna agire. La situazione non consentirà di attendere con le mani in mano le elezioni tedesche. Non so in quali condizioni ci arriverà mezza Europa all’appuntamento elettorale tedesco. Allora diciamo almeno con forza quale deve essere per noi l’agenda europea e di conseguenza l’agenda italiana. Di questo si deve parlare, non dell’agenda Monti o dell’agenda Bersani: ci vuole una correzione dell’agenda europea e quindi di quella italiana.
Bisogna dire con chiarezza qual è la piattaforma, che può solo essere questa. Primo: subito, rapidamente, l’unione fiscale, con l’autorizzazione europea sulla presentazione delle leggi di bilancio e sanzioni automatiche per chi viola gli impegni. Lo so che è una cosa durissima, ma va fatta se è la condizione per poi fare le altre cose, che sono: un po’ di respiro per le politiche di bilancio, la golden rule per dare un po’ di investimenti e di lavoro; la tassa sulle transazioni  finanziarie, che non è uno sfizio de L’Unità, come sostengono alcuni commentatori: ci sono Paesi che la vogliono, a cominciare dalla Francia e dalla Germania; eurobond e project bond per le infrastrutture e le innovazioni; l’unione bancaria e una regolazione finanziaria ampia ed effettiva; il coordinamento delle politiche di tassazione e un’offensiva contro i paradisi fiscali, perché la ricchezza scappa e la povertà resta; infine standard retributivi, oltretutto già previsti, e cioè muovere i salari per chi recupera produttività, per attivare la domanda. Sotto tutto questo vi deve essere ovviamente la predisposizione di un percorso per una nuova democrazia europea che lanci dal 2014 una fase costituente, nuovi trattati su iniziativa dei Paesi dell’eurozona. E’ in questa logica che possono essere attivati in modo efficace e coerente anche strumenti per la mutualizzazione e la gestione del debito.
Il Pd chiede che questa sia l’agenda europea dei democratici e dei progressisti, chiede che questa sia l’agenda europea dell’Italia e che nessuno si rassegni all’inerzia di un avvitamento che è in corso tra recessione, squilibri della finanza pubblica e crisi democratica. Detto questo, vi segnalo che nelle settimane e nei mesi che ci aspettano avremo altri esiti sociali della recessione che è in corso e saremo anche di fronte a nuove misure che arriveranno.
Raccomando dunque a me stesso e a tutti voi di non perdere il contatto con il disagio, non lasciarlo nella solitudine, anche quando le risposte non le abbiamo. E, in questo contesto, fatemi mandare da qui un saluto a Claudio De Vicenti, il sottosegretario che l’altro giorno, a mezzanotte, in una riunione con la Thyssen, in mezzo alle trecento crisi aziendali, è stato preso da un pre-infarto: non è diventato infarto perché trattandosi di Thyssen c’era il nostro sindaco di Terni che è un medico, un cardiologo, e se ne è accorto. Non voglio essere macabro, ma se quella sera si discuteva il caso di Piombino, forse non sarebbe andata allo stesso modo, dato che lì abbiamo un ottimo sindaco, che però non è un cardiologo. Noi mandiamo dunque a De Vincenti un saluto affettuoso e cogliamo di nuovo l’occasione per chiedere al governo - l’ho già detto una decina di volte, perché solo chi non ha fatto questo mestiere può non sapere quale sia il peso da sopportare - di organizzare per favore una task force per affrontare con i sindacati, con gli imprenditori, l’enormità del numero delle crisi aziendali che stanno arrivando e che non possono essere caricate solo su due o tre persone. Non so più come bisogna dirla questa cosa.
Naturalmente raccomando a tutti noi, oltre che di stare vicino alle sofferenze, di dare una mano a alle vitalità che ci sono, a coloro che stanno inventando qualcosa, a chi vuole investire, a chi vuole dare lavoro: tra amministratori e politica, bisogna incoraggiarli e semplificargli la vita. Infine non posso dimenticare che il Parlamento e il governo hanno ancora qualche mese di lavoro. Quindi lasciatemi sottolineare alcuni punti. Primo, la legge anticorruzione. Dopo le misure che il governo ha preso nei giorni scorsi e che vanno nella direzione giusta di evitare il degrado della vita politica e amministrativa, non si possono lasciare in sospeso norme così rilevanti e che meriteranno in futuro anche delle estensioni, perché ce ne sono sicuramente da aggiungere. Questa legge va approvata. Ricordo che il governo ha messo fin qui oltre 40 fiducie, per cose anche minori. Secondo, la legge elettorale. Adesso si sta discutendo di nuovo, come al solito nell’incertezza della posizione del Pdl. Ribadisco qui che noi siamo flessibili, che siamo pronti a trovare un’intesa e a rispondere al messaggio giusto del presidente della Repubblica. I paletti che mettiamo non sono per noi. Non vogliamo che sia impedita la governabilità, perché di questo si tratta; vogliamo i collegi non le preferenze, questa è la nostra opzione; vogliamo la parità di genere, di cui nessuno parla; e vogliamo che non si possano fare dei gruppi tipo Scilipoti dalla sera alla mattina. Sono quattro cose di civilizzazione, non sono per il Pd. Ultima puntualizzazione, la legge di stabilità in arrivo. So benissimo - l’ho detto prima - quale sia la situazione. E so benissimo che in nome di questa situazione e in nome delle bombe a orologeria che Berlusconi e Tremonti hanno lasciato lì da disinnescare, saremo di nuovo di fronte a scelte complicate. Dico dunque due cose. Se a causa della recessione o anche a seguito di qualche buco rilevante nelle riforme che sono state fatte la risposta sociale andasse troppo sotto soglia, invito il governo a mettere il riflettore su alcune situazioni che rischiano di superare il limite della sostenibilità. Questo è un paese civile. Secondo, i servizi  universalistici, pur nelle ristrettezze, devono essere trattati con grande cura, grande precisione, grande attenzione, non in modo generico. E fatemelo dire: non si può ogni sei mesi dare una botta alla scuola. Basta. Gli ultimi anni sono stati fatti interventi in modo scomposto. Cerchiamo di avere il tempo di riflettere, di avere una ripartenza ragionata. Cerchiamo di non accendere altre micce in una situazione già molto complicata.
Arrivo al punto finale. Cari amici e compagni, abbiamo dichiarato davanti all’Italia che vogliamo prenderci la responsabilità di governare, che vogliamo farlo mettendo in campo largamente nuove energie che ci sono e che abbiamo, che vogliamo farlo organizzando un centrosinistra di governo e rivolgendo un appello largo a forze moderate, europeiste, saldamente costituzionali, disposte a contrastare in Europa e in Italia una destra regressiva e possibili derive populiste.
Abbiamo detto questo e lo ribadiamo. Ma governare non sarà facile. Chi vende ricette facili, o  suggestioni da uomini soli al comando, vende fumo. Non si potrà governare senza popolo, non sarà possibile: è inutile mettersi in marcia, se non si comprende questo. E quindi se non ci sarà un minimo di recupero di vicinanza e di fiducia tra la politica e i cittadini, se la politica celebrerà semplicemente i suoi riti dentro un fortino, non ci sarà speranza alcuna di poter guidare il Paese fuori dalla crisi. Insomma, se la politica non si prende qualche rischio, la fiducia non tornerà. Questa è la sostanza. Credo che chi non comprende questo dato di fondo sottovaluta gravemente la  situazione.
La fiducia invece può riprendere. Le forze ci sono. Uscire dalla crisi si può. Cambiare si può, ma assieme, mettendoci partecipazione, trasparenza, sincerità, un po’ di coraggio: il coraggio di arrivare alla governabilità attraverso la partecipazione consapevole. Questa è la strada. E questo è il senso delle nostre primarie di coalizione; un senso che viene compreso già adesso. Lasciate stare quel che spesso si legge. Questa mattina ho letto che stiamo in una crisi di nervi, in una crisi isterica. 
Lasciate stare queste cose. Guardate al fondo dell’opinione pubblica. Nel marasma della politica, nel fango che investe tutto, noi comunque leghiamo il nome e l’iniziativa del Pd ad una occasione di partecipazione, di mobilitazione, di scelta, di apertura. Abbiamo segni evidenti che tutto ciò viene compreso, lo vediamo nelle rilevazioni che facciamo e nelle relazioni con forze economiche, sociali e del civismo che abbiamo avuto anche in queste settimane. 
Questa nostra scelta non ci farà male, come qualcuno teme: ci farà bene, sempre che noi si sia capaci di guidare noi stessi, di dimostrare che siamo un grande collettivo che discute, ma che decide e che funziona. Ci farà bene, a fronte di una destra che cerca strategie di sopravvivenza chiusa in un palazzo. Ci farà bene a fronte di tentativi di costruire soggetti politici in laboratorio, soggetti d’occasione ora che arrivano le elezioni e dove si fa vedere chi non s’era mai visto. Ci farà bene a fronte di populismi che parlano a nome dei cittadini senza incontrali mai. Mettiamoci dunque forza, convinzione, fiducia in questo percorso. 
E’ in questa stessa logica di apertura, e perché la logica di apertura non appaia contraddetta, che ho chiesto prima alla Direzione e oggi nell’Assemblea di sospendere la norma statutaria che prevede il segretario del Pd come unico candidato alle primarie di coalizione, superando anche le oneste preoccupazioni di tanti, che sono pure qui. Non è che non ho ascoltato le loro argomentazioni. Ma è una buona cosa per l’Italia e per noi. Io ne sono convinto.
L’unica preoccupazione che ho è che questo gesto importante che vi chiedo oggi, che questo rischio che segnala appunto una politica che vuole anche rischiare con sincerità, non venga svilito da noi stessi. Lasciatemi dire una cosa personale. In tre anni non l’ho mai fatto. Dico una cosa a titolo personale e non desidero che entri nel dibattito. Sono stato veramente ferito dal leggere che qui si cambierebbero le regole in corso d’opera per chiudere e per bloccare. Questo no. C’è un limite a tutto. Sia chiaro che l’unica regola esistente che si cambia in corso d’opera è la regola statutaria che prevede come unico candidato il segretario, ed è un cambiamento di apertura. Detto questo, chiedo a tutti voi e a ciascuno di voi di accogliere questa proposta. L’assemblea deciderà oggi anche il mandato a discutere con Sel e Psi l’organizzazione delle
primarie, la loro convocazione. Anche qui, nelle cose che decideremo e nella nostra discussione, ricordiamoci che l’organizzazione delle primarie non è solo affar nostro. Chiedo quindi che sia riconosciuto quel tanto di rispetto che dobbiamo alla discussione con le altre forze politiche. 

Per quel che ci riguarda come Pd, come segretario segnalo l’impegno che dobbiamo mettere nel realizzare ciò che abbiamo già deciso parecchio tempo fa. Magari chi non frequenta la Direzione può non saperlo, ma noi nel giugno del 2011, dopo drammatiche evenienze a proposito di primarie locali delle quali portiamo ancora un segno profondo, facemmo una Direzione con cui voti che poi furono confermati in diversi momenti successivi. Si decise cioè di rendere effettivi strumenti che in teoria c’erano da sempre, dagli albori delle primarie, come il famoso albo, ma mai veramente attivati sul piano organizzativo, perché impossibili da attuare nel quadro organizzativo che abbiamo visto fin qui. Molto semplicemente, questo è il punto.
Allora o facciamo chiacchiere o facciamo fatti. E se facciamo fatti e decidiamo che un albo ci vuole, allora occorre trovare soluzioni organizzative che lo rendano pensabile, possibile. Dobbiamo dunque fare un passo in avanti ma non per chiudere la partecipazione, per mettere trasparenza, serietà nello strumento, per metterlo in sicurezza per il futuro, perché è prezioso. Dobbiamo guardare quali sono le migliori esperienze mondiali e produrre finalmente la possibilità di una relazione non occasionale con un numero enorme di elettori del Centrosinistra. Elettori vecchi e anche nuovi, perché certamente un elettore del Centrodestra può cambiare idea, ma se partecipa alle primarie ce lo viene a dire. Tutto qua. E se gli diamo 21 giorni di tempo invece che un giorno solo, gli diamo più agio.
Io insomma sto al principio. Poi l’Assemblea sceglie. E il principio è questo: chi partecipa riceve sovranità e può decidere. In cambio si prende una responsabilità, si dichiara, si registra in modo ordinato. E noi non dobbiamo avere paura della parola regole. La parola regole è una bella parola. Io ho proposto qualche riflessione, ho offerto qualche indicazione. L’assemblea deciderà secondo le regole della nostra comunità, che meritano il rispetto di tutti. Poi la coalizione deciderà con la nostra presenza attiva, con il contributo che qui sarà indicato. Auguro buon lavoro all’Assemblea e cerchiamo tutti, prima ancora delle nostre vicende personali, di avere a cuore il Partito democratico che - credetemi- è l’unica speranza per il nostro Paese.


lunedì 11 giugno 2012

L’11 GIUGNO DI 28 ANNI FA MORIVA ENRICO BERLINGUER.


 L’11 GIUGNO DI 28 ANNI FA MORIVA ENRICO BERLINGUER. IL RICORDO E L’IMPEGNO
DI BERSANI: TRASMETTERE AI GIOVANI I SUOI VALORI, ONESTÀ, MORALITÀ E
SOBRIETÀ.
Il messaggio del segretario del Partito Democratico Pier Luigi Bersani in occasione del 28esimo anniversario della morte di Enrico Berlinguer.
“Enrico Berlinguer, nel tempo in cui il Paese è chiamato a una riscossa civica e morale, rappresenta un  riferimento importante, da non dimenticare. Nel 28esimo anniversario della sua morte, penso che sia giusto ricordarlo nei tratti essenziali, quelli che ne hanno caratterizzato il percorso umano e politico, e che hanno fatto di lui un esempio di buona politica, riconosciuto e stimato al di là delle appartenenze politiche.
Berlinguer ha incarnato un’idea di politica alta, nella quale gli ideali non si allontanavano mai dai valori etici. Questo ha fatto di lui l’emblema di una politica al servizio del bene comune che svolge con responsabilità e dignità il suo ruolo. Se di ogni esperienza politica ci sono degli elementi che vanno consegnati alla riflessione storia, è giusto però che l’essenziale venga trasmesso alle nuove generazioni e il messaggio di onestà, moralità, sobrietà, di Enrico Berlinguer è la parte essenziale di una storia che abbiamo il dovere di preservare”.

giovedì 26 aprile 2012



PIPPO (GIUSEPPE) CIVATI 

A RIO SALICETO

PER PARLARE DI

CORRUZIONE

CON LA GIORNALISTA

SARA DI ANTONIO

mercoledì 25 aprile 2012

Lettera agli iscritti

ARTICOLO

Dimezziamo il finanziamento pubblico da subito

24 aprile 2012   1001 letture


Lettera di Bersani agli iscritti del PD in occasione della festa di Liberazione del 25 aprile 2012 con le proposte per l'immediato dimezzamento dei finanziamenti pubblici ai partiti-


Care iscritte, cari iscritti,
   il 25 aprile noi italiani ricordiamo la liberazione dal nazifascismo e la resistenza di quanti lottarono anche a costo della vita per la libertà e la democrazia nel nostro paese. Se oggi noi viviamo in un mondo migliore lo dobbiamo anche a loro. Per queste ragioni, la celebrazione del 25 aprile per noi democratici non è un semplice rito, ma il momento in cui ciascuno rinnova l'impegno personale e collettivo per la difesa e lo sviluppo della democrazia in Italia e in Europa.

   La ricorrenza del 2012 si presenta da questo punto di vista ancora più significativa. Fin dall'inizio il Partito democratico ha avuto l'ambizione di essere il partito della liberazione, della Costituzione e della ricostruzione civile e democratica dell'Italia. Abbiamo passato anni terribili. Il populismo ha governato il paese, portando l'Italia sull'orlo del burrone. Noi abbiamo lottato contro questa deriva, chiamando tutti alla riscossa civile, per riportare l'Italia nell'alveo del modello europeo. A lungo siamo stati soli. Gran parte della classe dirigente sosteneva Berlusconi e il suo populismo e chiudeva gli occhi di fronte alla realtà. Alla fine i frutti dell'impegno del Pd sono arrivati, come dimostrano i risultati delle amministrative e dei referendum del 2011, la caduta del governo Berlusconi.
  
 A un passo da una crisi devastante abbiamo ottenuto l'uscita da palazzo Chigi di Silvio Berlusconi. Il Pd si è impegnato, per la salvezza dell'Italia, al sostegno del governo guidato da Mario Monti. Il compito di un grande partito popolare e nazionale è di pensare prima all'Italia e poi ai suoi interessi. L'eredità lasciata dal centrodestra è tuttavia pesante e il senatore Monti ha dovuto prendere provvedimenti impopolari. Non tutte le misure che sono state varate l'avremmo predisposte noi. Abbiamo avanzato le nostre proposte e ottenuto anche alcuni importanti miglioramenti (dal prelievo sugli esportatori di capitale che hanno sfruttato il condono di Tremonti alla lotta contro l'evasione, alla difesa dell'articolo 18, fino alla battaglia per il futuro degli esodati). Ma non dimentichiamo e non permettiamo che si dimentichi che Monti è venuto non dopo i partiti, ma dopo Berlusconi.

  Siamo a un tornante storico. Ci troviamo a vivere insieme la crisi economica più grave dal 1929 e la crisi politica peggiore dal 1992, anno di Mani Pulite. In questo passaggio il Pd si è assunto il compito di tenere in collegamento il governo con le esigenze sociali e la sofferenza del paese. Il Pd vuole essere il motore che spinge l'Italia ad arrestare il declino, a riprendere la crescita e, nello stesso tempo, il partito che promuove una riforma profonda della politica, senza la quale non può esservi una riscossa del paese.

  In un momento così difficile per gli italiani è indispensabile ridare un senso etico alla politica, far capire che solo la buona politica può far uscire il paese dalle secche e che nuove scorciatoie populiste, di qualsiasi segno, ci riporterebbero nel burrone. I partiti, in primo luogo il Pd, devono dunque dare l'esempio, tirando la cinghia e avviando un rinnovamento e un rafforzamento delle regole interne, in modo da riavviare il cammino della democrazia.

  Fin dall'inizio il Pd ha deciso di far certificare i propri bilanci da una società esterna di revisione (la stessa che certifica il bilancio della Banca d'Italia) ed ha proposto una legge per applicare e regolare l'articolo 49 della Costituzione, in modo da fissare norme precise per la vita interna e per la trasparenza dei partiti politici, fondamentali in ogni democrazia occidentale. Non erano scelte casuali, erano volute. Ma ora bisogna fare di più. 

  In questo ambito il Pd punta a una immediata e profonda riforma del finanziamento pubblico, perché i partiti, se devono assolvere al proprio  compito democratico, non possono e non devono vivere prigionieri dell'interessato sostegno del o dei miliardari.
In particolare, il Pd propone:

a) La certificazione dei bilanci dei partiti da parte di società esterne di revisione; il controllo da parte della Corte dei conti; la pubblicazione dei conti su internet.

b) Tetti drasticamente più stringenti per le spese elettorali, non riferibili solo al periodo immediatamente precedente il voto, imponendoli dove oggi non sono previsti e riducendoli dove sono già in vigore.

c) Il dimezzamento da subito, rispetto all'anno scorso, dell'ammontare complessivo del finanziamento pubblico ai partiti costruendo un sistema basato su due pilastri, secondo il modello tedesco:
1) un contributo fisso relativo al numero dei voti; 2) un'agevolazione o una compartecipazione pubblica commisurata in base all'entità del finanziamento privato raccolto da ciascun partito. In proposito vanno ricordati due temi. Il primo: il Pd ha, fin dalla nascita, raccolto parte non irrilevante dei fondi con il tesseramento e con le feste democratiche, che per scelta politica il Pd lascia ai territori, con i contributi dei parlamenti e degli amministratori. Il secondo: il Pd ha girato una parte dei finanziamenti alle strutture regionali e continuerà a farlo anche nelle nuove e più stringenti condizioni. Con questo passaggio l'Italia resterà largamente al di sotto di quanto avviene in Germania, in Francia, in Spagna.

d) Il finanziamento privato deve essere consentito solo per somme molto contenute e reso trasparente, in modo che i cittadini possano controllare.

Il Parlamento oggi ha la possibilità di varare in poche settimane sia le norme per regolare la vita interna dei partiti, sia i drastici tagli e la riforma del sistema di finanziamento pubblico. E' un contributo che la politica deve dare, oltre all'indispensabile riforma della legge elettorale per consentire ai cittadini di scegliere i parlamentari, alla riduzione del numero dei deputati e dei senatori e agli altri interventi di rinnovamento istituzionale.

Il Pd prende l'impegno solenne a procedere su questa strada e a incalzare le altre forze politiche, che devono abbandonare posizioni di facciata per essere richiamate alla concretezza dei fatti e dei tempi per ottenere risultati certi prima delle vacanze estive.

Il Pd non da oggi ha ingaggiato la battaglia per la ricostruzione civile e democratica dell'Italia, per uscire dal populismo e tornare in Europa. 

Oggi, 25 aprile, è il momento per rinnovare quell'impegno.
Lo prendo di fronte a voi che ogni giorno alimentate le iniziative del partito. Chiedo a tutti forza e tenacia nel sostenere le ragioni della buona politica, le stesse che hanno spinto ciascuno di noi a lavorare per la democrazia e per il nostro paese.