Visualizzazioni totali

sabato 8 gennaio 2011

Che fine hanno fatto i “celoduristi”?

di Beppe Giulietti
Portavoce di Articolo 21
6 gennaio 2011

Nei giorni i scorsi Calderoli e soci padani avevano minacciato fuoco e fiamme contro Marchionne: “Cota non prende ordini da quel signorino in girocollo… La Fiat restituisca i soldi rubati… Siamo stufi di pagare per gli Agnelli… I nostri operai non si toccano… Qui comandiamo noi…“; queste solo alcune delle perle dei rondisti che, appena una settimana fa, erano pronti a menare le mani contro il capitalismo internazionale che insidiava le virtù delle camicie verdi e dei padroncini della zona.

Da qualche giorno, invece, i guerrieri celtici sembrano aver perso la voce e sono diventati ibarboncini di Mirafiori, ben nascosti dietro le colonne, preoccupati di non farsi vedere nè sentire, autorelegatisi al ruolo di comparse, o al massimo di pretoriani capaci solo di fare la faccia feroce a tariffa.

Questi improvvisi silenzi e questo improvviso mutare di toni vanno notati per comprendere quale sia il ruolo della Lega quando davvero esplode il conflitto sociale, quando il tema della disuguaglianza dei diritti e delle opportunità prevale sulla questione etnica o sulle guerre di religione alimentate ad arte. In questo caso la Lega non è in grado di tutelare nessuno, perché non è attrezzata a dare risposte sul piano sociale, non riesce ad andare oltre la litania identitaria, per altro utilizzata nei modi più beceri ed arretrati.

Di fronte ad un potere transnazionale reale, di fronte alla minaccia di delocalizzazione la Lega non è in grado di dire alcunché, non può, non sa, non vuole affrontare la questione, perché dovrebbe entrare in conflitto con il medesimo blocco sociale che la sostiene e che sostiene la destra italiana, a partire da Berlusconi. In questa situazione la Lega si svela per quello che è: un movimento localistico attrezzato per la propaganda e lo sfruttamento delle paure, ma incapace di governare le questioni complesse e soprattutto di tutelare i diritti dei più deboli e dei meno protetti, padani, italiani, stranieri che siano.

Non a caso gli stessi celoduristi che tacciono a Mirafiori, ritrovano la voce nel centro di Torino per contrastare la costruzione della moschea. Si tratta evidentemente di una campagna strumentale, anticostituzionale, idiota, perché quella moschea, come ben sa il ministro Maroni, è il frutto di una intesa con la parte moderata della comunità islamica e corrisponde ad un disegno politico e culturale teso a favorire il dialogo e l’integrazione.

Chi ha promosso la canea lo sa benissimo, i ministri verdi lo sanno meglio di tutti, eppure tacciono perché hanno bisogno di fare propaganda, di distrarre l’attenzione dalle loro impotenze, di preparare il terreno per la prossima campagna elettorale. Dal momento che non riescono più a far paura nè alle logge, con le quali sono alleati nel governo, nè far più paura ai poteri forti che siano “di Roma o Torino ladrona”, non gli resta che fare la faccia feroce contro gli ultimi, contro gli immigrati, contro i diversi, merce buona per scatenare le campagne di odio, senza correre il rischio di pagare un prezzo, nè di prendere schiaffoni da Marchionne…


Insomma celoduristi con i deboli e celomollisti con i forti!

martedì 4 gennaio 2011

Perchè i Marchionne non si moltiplichino serve rispetto.



30 dicembre 2010 



Io in fabbrica ci sono stato. Per molti anni. Sarà anche per questo che seguo in queste ore con apprensione quanto sta accadendo nella galassia Fiat, in particolare - naturalmente - per quanto riguarda gli stabilimenti di Pomigliano e Mirafiori. Sappiamo bene quanto sia importante il settore metalmeccanico anche nella nostra provincia e più in generale il tema delle relazioni sindacali e quello del futuro modello di sviluppo industriale del nostro paese.

Credo sia indispensabile - e questa è la posizione ufficiale del PD - ribadire come sul piano delle regole della rappresentanza e della democrazia con la nuova dottrina Marchionne "si stiano compiendo strappi ingiustificabili, mentre non si fa alcun passo avanti per la partecipazione dei lavoratori nell'impresa, anzi il ritorno alle Rappresentanze Sindacali Aziendali è un chiaro passo indietro". Non credo che questo basti però a non prendere in considerazione quello che è il merito degli accordi proposti, che prospettano "importanti potenzialità di lavoro, reddito, qualità sociale per i territori direttamente interessati e per il nostro paese".
Ho letto in queste ore che questa posizione del PD viene valutata come "non chiara", "frutto di compromessi". Il problema è, invece, che una forza riformista non può che fare uno scatto in più rispetto al massimalismo di altri tempi. Questa è semplicemente la "verità" della situazione. Non è una posizione di comodo, naturalmente, che punti a guadagnar voti o visibilità su di una questione simbolicamente rilevante e umanamente coinvolgente come quella che riguarda i lavoratori FIAT. Non cerchiamo il consenso per il consenso.

Peggio, però, di Marchionne, credo possa fare la spirale innestata dalle dichiarazioni di queste ore. Le divisioni tra i sindacati sono infatti il massimo auspicio della nuova dottrina, salutate con malcelato gaudio anche dagli esponenti di un Governo che non fa politica industriale, ma si ritrova bene nel ruolo di semplice tifoso.
Credo siano saggi gli appelli fatti dal PD di ripartire dall'accordo CGIL CISL e UIL del 2008. Solo i sindacati uniti possono far saltare il disegno della distruzione della rappresentanza sindacale, non è possibile immaginare che il dissenso non abbia diritto di essere rappresentato. Si valuti che quello che oggi avviene in FIAT in altri settori potrebbe accadere a parti inverse.
In questo dibattito segnalo che manca un approfondimento sul piano industriale che FIAT propone per il futuro dell'auto in Italia. Riflettiamo anche sulle conseguenze dell'uscita del gruppo da Confindustria.
Quale ruolo esercita l'associazione degli imprenditori nei confronti dei propri associati? E nei confronti delle istituzioni quale ruolo di rappresentanza reale potrà avere in futuro? Non credo che le preoccupazioni manchino anche ai tanti imprenditori che hanno quotidianamente relazioni con rappresentanze sindacali in cui la FIOM rappresenta l'80% e oltre dei lavoratori.
Abbiamo bisogno di cambiamenti, anche nel mondo del lavoro, questi però non possono avvenire"contro" una parte ma devono essere progettati "per": per produrre meglio, per lavorare meglio,per consumare meglio, per vivere meglio tutti. Non cadiamo nella facile logica dei vincitori e dei vinti, sono categorie a malapena applicabili oggi, inutili per pensare al domani.
A fianco dei sindacati - uniti - ci deve essere naturalmente la politica. Tutta. Almeno, tutta quella che ha a cuore il destino dei lavoratori e del lavoro nel nostro paese.
Credo fermamente che sindacati e partiti debbano necessariamente essere due cose distinte e separate: una volta questo era un concetto estremamente chiaro. Non si vedevano bandiere di partito alle manifestazioni del sindacato, nemmeno per errore. Oggi, invece, non è così. C'è chi cerca una commistione di ruoli che non fa che rendere il gioco facile a chi vuol dividere il Paese.
Qualcuno ha invitato "quelli del PD" a toccare con mano come si vive in fabbrica, alla catena di montaggio. Io non ero alla catena, lavoravo in laboratorio. Nella mia azienda si facevano più o meno gli stessi orari proposti a Pomigliano. Poi ho avuto l'onore di fare il Sindaco del mio Paese: e posso assicurarvi che non si guadagna di più. Oggi sono il segretario provinciale del PD. Chi fa attività di partito non ha - come qualcuno potrebbe pensare - diritto a qualche forma di "distacco" o di aspettativa.
E non sono il solo.
Chiedo rispetto per il PD. Così come credo che tutte le forze sindacali debbano vicendevolmente rispettarsi, se davvero vogliono cambiare le cose, spezzando la semplice difesa di ciò che c'era e chiedendo invece di più, chiedendo di contare nelle aziende, di essere parte attiva della politica di sviluppo del paese. Se non c'è rispetto tra chi dovrebbe condividere obiettivi e visioni, pur con i ruoli e le posizioni diverse che gli competono, i Marchionne si moltiplicheranno con estrema rapidità.

Roberto Ferrari
Segretario Provinciale PD 

lunedì 3 gennaio 2011

DIPLOMAZIA DEGLI ERRORI


                   
ex vicesegretario generale dell’Onu  
l'Unità, 3 gen. 2010                                                                     L'Editoriale di Pino Arlacchi

Un problema di estradizione si può affrontare in molti modi, ma la strada scelta dal governo italiano sul caso Battisti è, tra tutte, quella che porta alla sconfitta più sicura. La strada demagogico-nazionalista, l’alzare la voce lanciando minacce poco credibili e messaggi offensivi a un governo, a un popolo e a un Paese tra i più amici come il Brasile non porta da nessuna parte.

Se avesse voluto davvero ottenere il rimpatrio del signor Battisti, senza aspettare l’ultimo minuto e l’esplosione del caso sui giornali, il nostro governo avrebbe dovuto fare tre cose: a) dare per tempo le opportune istruzioni alle macchine diplomatiche e giuridiche; b) ascoltare con attenzione e rispetto il punto di vista del governo brasiliano; c) sulla base di quel punto di vista, attivarsi per correggere sia la strategia tecnico-diplomatica sia la comunicazione.

Sarebbe bastato chiarire bene all’opinione pubblica di una nazione che proviene da una feroce dittatura che Battisti è un semplice assassino e non un combattente antifascista. Sarebbe bastato intraprendere una parallela campagna di sensibilizzazione del Parlamento e della stessa magistratura brasiliana rispondendo alle loro perplessità, fugando i loro dubbi sulla eccessiva severità della giustizia penale nostrana (vi sembra così difficile argomentarlo, in un paese in cui in carcere ormai ci restano solo i poveri e gli immigrati?).

Si sarebbe potuta cogliere l’occasione per trasformare una crisi in una opportunità, approfondendo l’empatia e il dialogo con interlocutori che non chiedono altro. Invece di muoversi in questa direzione, e di ottenere il risultato voluto, i dilettanti allo sbaraglio che ci governano sono riusciti a infilare un errore dietro l’altro, danneggiando un antico rapporto di amicizia, irritando con vacue minacce una potenza con cui dobbiamo fare i conti ogni giorno di più, e vanificando le chances di offrire giustizia alle vittime del terrorismo assassino e a tutti noi.

La minaccia di ritorsioni sugli accordi economici italo-brasiliani è la più ridicola. È un’arma spuntata, che si usa sempre di meno, anche contro i regimi più antidemocratici. E meno che mai si usa con quelli amici e alleati. Nel caso del Brasile, poi, non può portare ad altro che alla sostituzione dell’Italia con un altro partner, visto che nella maggior parte degli scambi commerciali è il Brasile a comprare e noi a vendere.

Non so a chi sia venuto in mente mescolare affari e cooperazione giudiziaria con il Brasile, ma è una linea dissennata e stravagante che un ministro degli Esteri dotato di un minimo senso degli interessi nazionali non dovrebbe mai perseguire alla leggera o farsi imporre dal proprio governo.

Gli ex-camerati italiani che urlano contro il Brasile minacciando di tagliare i viveri non hanno idea di quel che dicono. Quel paese è ormai una potenza mondiale, una strepitosa storia di successo con un PIL vicino al nostro e quasi 200 milioni di abitanti. È la nazione leader di un intero continente, grazie a una classe dirigente e a un presidente socialista che in meno di un decennio ha saputo guidare il paese fuori dal Terzo Mondo rispettando democrazia e diritti umani, riducendo la criminalità e tirando fuori dalla povertà 24 milioni di persone.

Lula si è conquistato l’ammirazione universale per la qualità del suo progetto politico, e potete stare certi che Dilma Roussef ne seguirà le orme, perché nel frattempo il Brasile è avviato a diventare ciò che l’Italia non è riuscita a divenire: un “sistema paese”, le cui sorti non dipendono più dal carisma di un presidente fuori del comune. Il Brasile è oggi uno stato capace di trattare alla pari con le superpotenze, di condurre una sua politica estera promuovendo alleanze e soluzioni nuove ai problemi globali. Si può perciò immaginare quanto i governanti brasiliani si siano spaventati per gli ultimatum di Gasparri e La Russa.

La strada dell’insulto è seconda per stupidità solo a quella dell’intimidazione economica. I rapporti internazionali sono relazioni tra poteri sovrani. Prendere di petto un altro paese e trattarlo da vassallo su una questione spinosa, tecnica e politica come un caso di estradizione, rivela solo la voglia di perdere.

L’approccio del governo italiano al caso Battisti copre l’intenzione di nascondere qualcosa di imbarazzante. In primo luogo, la scandalosa inazione passata. La rinuncia a far valere l’interesse nazionale in una situazione complicata, certo, ma la cui soluzione sarebbe stata alla portata di una macchina giudiziaria e diplomatica appena decente.

Ottenere l’estradizione di un efferato criminale da un paese amico, e da un governo ben disposto alla collaborazione, un Brasile la cui élite è dopo quella argentina la più filo italiana delle Americhe, è un impresa da titani solo per il signor B. e il suo impareggiabile Frattini.

È il caso di dire che gli insuccessi seriali di politica estera hanno finito col dare alla testa al signor B e ai suoi seguaci. Ma cosa c’entra l’Italia, e cosa c’entriamo noi?
Adesso ci tocca spiegarlo anche ai brasiliani.

 

domenica 2 gennaio 2011

L'ANALISI

PAOLO LEON
ECONOMISTA 

l'Unità 30 Dic.2010 
Le relazioni industriali sono ormai alla mercé dei datori di lavoro. Se Marchionne avesse contrattato come in Chrysler non rischierebbe il discredito dell’imprenditoria e il conflitto nelle sue fabbriche
Come il pugile suonato che prende un gancio dopo l’altro senza poter reagire, così appare il sistema delle relazioni sindacali italiane, ormai alla mercé dei datori di Lavoro. C’è già un feuilleton sulle gesta di Marchionne, dalle sue tattiche contrattuali alle sue scelte industriali, e sembra che egli sia riuscito ad assestare un colpo mortale alle conquiste post-68 (ricordate la Gelmini di pochi giorni fa?) che, d’improvviso, sembrano crollare come un castello di carte. Sappiamo che perfino lo Statuto dei Lavoratori non basterebbe a salvaguardare un dignitoso equilibrio tra le parti del contratto di lavoro, se la linea Fiat si estendesse a tutta l’industria. Nel frattempo, il ministro del Lavoro sta varando in Parlamento uno Statuto dei lavori, dove anche le difese dello Statuto vero e proprio (come L’art. 18 sui licenziamenti senza giusta causa) sono diluite omeopaticamente. Ma le cose stanno proprio così?

Marchionne ha usato il più antico degli strumenti per piegare il sindacato: lo ha ricattato, minacciandolo prima direttamente con la chiusura degli stabilimenti (Termini Imerese) e poi indirettamente, offrendo nuovi investimenti, senza i quali non reggerebbero alla concorrenza internazionale nè Pomigliano nè Mirafiori, il cuore della Fiat. Nella normale economia del crimine, al ricattato si offrono due scelte: pagare, sperando che si accontenti, ma poiché sa che il ricattatore tornerà con nuove minacce, cercherà di associarvi; oppure denunciare alla polizia il  ricattatore. Nel caso della Fiat, e fuori dall’economia del crimine, due sindacati hanno pagato, sperando che Marchionne stia ai patti, ma poiché non c’è alcuna ragione perché questo succeda, cercano di associarsi con lui per contrattare quanto possibile. A Marchionne una tale associazione non conviene: rifiutando sia il contratto nazionale sia la presenza in Confindustria, la Fiat si avvia ad assumere quanti e chi riterrà opportuno con contratti individuali. Naturalmente, Cisl e Uil hanno ceduto di schianto, perché nel caso del mercato del lavoro, non esiste la polizia alla quale denunciare il ricattatore: esiste la magistratura, che però opera sui singoli casi, e nei tempi eonici ben noti. Proprio l’aver ceduto al ricatto ha annullato qualsiasi potere sindacale alla Cisl e alla Uil, che ora, paradossalmente, dipendono dalla resistenza della Fiom, per poter raggranellare qualche forza residua nei confronti di Marchionne. Ma le cose stanno proprio così?

 Paure e  vizi. Non stupisce l’atteggiamento del governo, ma la paura di quei politici e intellettuali che non erano ricattabili, ma, con il solito vizio, sono corsi in soccorso del vincitore  di Marchionne.
La Fiat dipende strettamente dal suo indotto e dalla meccanica generale. Ambedue i settori operano per la Fiat in Italia, in Polonia e in Brasile. La meccanica generale ha poi buone  prospettive di operare senza la Fiat, per ordini in Europa e in Estremo Oriente, in particolare Germania e Cina; l’indotto, a sua volta, è certo dipendente dalla Fiat ma, sia pure con perdite, si può spendere nei confronti di altri produttori di automobili, in Europa e in Estremo Oriente. Allo stesso tempo, la Fiat non è capace di rifornire le linee di assemblaggio per lunghi periodi di lavoro: opera “just in time” e minimizza il suo magazzino, per risparmiare costosi finanziamenti. Così, il sindacato dei metalmeccanici, debole in Fiat, è forte nel resto del settore meccanico e metallurgico. Se riuscisse a separare momentaneamente i destini Fiat da quelli della filiera, allora potrebbe contrastare Marchionne: non solo a Pomigliano e Mirafiori, ma anche, e soprattutto, in Polonia e in Brasile. Si dovrebbero studiare meglio le ragioni che spingono La Fiom, novello Scipione L’Africano, a rifiutare il ricatto di Marchionne: la sua polizia sta nella filiera metalmeccanica.

Il problema non sono le esigenze di Marchionne: queste sono vere, soprattutto perché finora la Fiat ha fatto politiche di bassi volumi negli stabilimenti italiani, e per cambiare i volumi occorre certo aumentare la produttività, sia del lavoro sia degli impianti. Se avesse effettivamente contrattato come ha fatto in Chrvsler, anziché ricattare, non rischierebbe oggi Il discredito nei confronti del resto dell’imprenditoria italiana e, domani,  una sollevazione nelle sue fabbriche.
In tutto ciò, non mi stupisce l’atteggiamento del governo: padrone delle ferriere Marchionne, barone di Munchausen Berlusconi. Mi stupisce la paura di politici e intellettuali: che l’attuale e il futuro sindaco di Torino si assoggettino al ricatto, si può capire, anche se ci si attenderebbe una presa di responsabilità nei confronti della maggiore impresa torinese — del resto, nel passato, gli enti locali hanno via via perduto il loro ruolo nei confronti dell’imprenditoria locale. Non c’è, invece, scusa per gli intellettuali e quei politici che hanno sposato Marchionne: non erano ricattabili, né il Loro consenso era necessario alla Fiat, ma è il solito vecchio vizio di molti italiani quello di correre al soccorso del vincitore.


giovedì 30 dicembre 2010

GRAZIE, FIGLI




Concita de Gregorio

Grazie, figli, di questa lezione memorabile che avete dato a noi che solo per voi lavoriamo e viviamo e che per voi avevamo paura, dicevamo va bene vai ma stai attento, come sempre avremmo voluto essere al posto vostro per aiutarvi e proteggervi e chissenefrega oggi di destra sinistra e centro, l'unica cosa che conta è il vostro futuro e il futuro è di tutti, anche – avete visto – di quei poliziotti e di quei finanzieri che vi applaudivano al passaggio, ce n'era un gruppo sotto al ministero Gelmini che si è messo a scherzare vi ha detto “non vi fate fregare che dipende solo da voi”, sono gli stessi agenti che manifestano davanti a Montecitorio e ad Arcore, gli stessi che vi hanno scritto, sono ragazzi anche loro, ce ne sono tanti come voi anche fra loro. Non tutti, ma tanti. Avevamo paura per voi e insieme speranza, come sempre, e come sempre non potevamo esserci perché il tempo è vostro, adesso, e da voi dipende il nostro. Grazie di aver sconfitto con l'unica arma possibile, l'intelligenza e l'ironia, la minaccia grande e reale di chi ha cercato e ancora cercherà di farvi passare per estremisti, ignoranti, provocatori, di aver sconfitto la torva arroganza del fascismo di ritorno spiazzandolo, come vi avevamo suggerito e certo sappiamo bene che non è successo perché ve l'abbiamo detto noi però lasciateci la gioia di vedere incarnato un pensiero, un testimone che passa di mano, un'idea che si muove e da qualche parte, del resto, verrà. Grazie di aver reso ridicoli semplicemente ignorandoli quelli che chiedevano il sangue sull'asfalto, quelli che vi volevano arrestare prima, che volevano trattarvi da ultras, che vi temono e vi odiano perché non vi ascoltano, non sanno quanto sia difficile stare nei vostri panni perché non ci stanno mai, stanno nei loro. Grazie per aver pensato l’idea di libertà che lascia le trincee a chi le ha costruite. Così, a Roma, vi abbiamo visti in periferia, lontano dalla zona rossa. Vestiti da Babbo Natale, coi pacchi regalo su cui avete scritto “Lotta all’evasione fiscale”, “Riconoscimento delle coppie di fatto”, “Acqua pubblica”. Diritto allo studio, avete detto al Presidente della Repubblica. Avete visto, Napolitano ha aperto la porta. I nonni e i nipoti, sono anni che lo andiamo dicendo: è questa l’alleanza che salverà l'Italia. La saggezza dei nonni, la forza dei nipoti. Scriveva Luigi Manconi, ieri, che siete un vero movimento politico. Jolanda Bufalini Claudia Fusani e Maria Grazia Gerina sono state con voi e raccontano per esempio di Alessandro, che aveva al collo una poesia di Franco Fortini. Istruitevi, abbiamo bisogno della vostra intelligenza. Non fermatevi, la battaglia è appena cominciata. L'Italia siete voi. Restituiteci la dignità che abbiamo cercato in questi tempi di fango di tenere in salvo come i libri ai tempi delle alluvioni, le mani in alto. Bianche, le mani, come le vostre. È un Paese bello e onesto e dignitoso, il nostro, avete ragione. È un Paese migliore di quella gentaglia. Prendetelo, figli. Restituitecelo. Vi guarderemo portarlo lontano, dove merita e dove meritate. 
22 dicembre 2010

  

QUANDO IL FANGO CANCELLA LA POLITICA


29 dicembre 2010 
Stefano Rodotà




In una bene ordinata repubblica si dovrebbe riflettere in primo luogo su una crisi che sta distruggendo l’intero tessuto istituzionale, senza farsi ogni giorno depistare da questa o quella microfibrillazione. In uno Stato non immemore di quelli che ancora sono suoi compiti, si dovrebbe riflettere sulla crescente rifeudalizzazione dei poteri, che quotidianamente lo svuota e ne cambia la natura. In un sistema politico non perduto nell’autoreferenzialità si dovrebbe riflettere su quanto sopravviva della rappresentanza e reagire coralmente alla sostituzione dell’intera politica con una macchina del fango sempre in funzione che contribuisce alla decomposizione sociale. Mai, nella storia della Repubblica, gli scontri istituzionali erano stati così violenti, ripetuti, quotidiani, emblematicamente riassunti dagli attacchi continui del Presidente del consiglio a tutte le istituzioni di garanzia. Mai s’era avuta una legge elettorale che, come quella attuale, consegna la selezione dei parlamentari ad oligarchie ristrettissime e manipola la rappresentanza. Mai s’era vissuto un periodo di sostanziale instabilità come quello cominciato nel 2006, che sembra aver fissato in due anni la durata possibile d’una legislatura. Mai la vita pubblica era stata attraversata da tanti “mostruosi connubi”, dalla riduzione d’ogni cosa all’interesse privato, con irrisione palese di moralità e legalità. Si potrebbe continuare. Ma quel che più deve far meditare è l’apparire congiunto di tutti questi fattori. La novità della situazione, il reale mutamento qualitativo, derivano dal loro irrompere tutti insieme sulla scena pubblica, da una saldatura che ha cambiato faccia alle istituzioni e alla società, diventando così il vero connotato della cosiddetta Seconda Repubblica, il cui fallimento è certificato dal fatto che già se ne invoca una Terza.
Com’è potuto accadere tutto questo? La riflessione politica s’arresta. E le spiegazioni centrate sull’antiberlusconismo si rivelano inadeguate. E non perché non siano grandissime le responsabilità di chi ha dato nome a questa fase. Ma perché lo stesso fenomeno Berlusconi ha potuto espandersi in un contesto rivelatosi propizio. Di questo si dovrebbe parlare, e non lo si fa. Con danno grandissimo per la stessa progettazione politica. L’ostacolo a una riflessione adeguata, il tabù da rimuovere, si chiama bipolarismo. Il dommatismo fa sempre male, soprattutto in politica, dove una delle regole da osservare è proprio la valutazione di ogni iniziativa secondo le conseguenze che produce. Ed è indubitabile che la via scelta per il bipolarismo all’italiana si sia rivelata disastrosa, anche perché, in un impeto fideistico, non si volle tener delle cautele a suo tempo suggerite. V’erano molti modi di arrivare al bipolarismo nel contesto storico e istituzionale italiano, e invece si è scelto quello che apriva la strada al populismo e alla concentrazione dei poteri.
La riflessione politica deve partite dalla diagnosi critica della drammatica situazione attuale. Solo un’analisi impietosa può ricreare le condizioni per una politica di rinnovamento, che significa in primo luogo liberarsi del populismo e ripristinare le condizioni minime della stessa democrazia formale. E segnalo altre tre questioni che mi sembrano ineludibili.
La vicenda Fiat Mirafiori si presenta come un caso esemplare di quello che viene chiamato “neomedievalismo istituzionale”. Proprio perché viviamo in un mondo senza centro, si dice, il governo dei processi, e la creazione delle regole che li accompagnano, sono ormai appannaggio degli specifici soggetti che agiscono in presa diretta nelle situazioni considerate. Questo legittimerebbe la Fiat, come ogni altro soggetto transnazionale, ad essere insieme imprenditore e legislatore, giudice non solo delle convenienze ma pure dei diritti, a Chicago come a Torino. La domanda è: l’indubbia crisi della sovranità nazionale, determinata dalla globalizzazione, può legittimare il ritorno ad una logica feudale, ad una società delle appartenenze e degli status, dove la pienezza della cittadinanza in fabbrica, ad esempio, è subordinata all’appartenenza a un sindacato? Non è un ritorno agli anni ’50 quello che si vuol realizzare, è un tuffo profondo in età lontane, prima della rivoluzione dei diritti dell’uomo. A molti tutto questo appare come innovazione, così come lo stesso Berlusconi viene presentato come l’incarnazione di un tempo di novità. Ma davvero non hanno nulla da dire le modernizzazioni autoritarie del secolo passato, e le diverse strade che seppero trovare le democrazie?
La Seconda Repubblica ci consegna gli attacchi allo stesso Presidente della Repubblica; alla Corte costituzionale, descritta come un manipolo di reduci della sinistra che viola le prerogative del popolo sovrano; ad una magistratura all’interno della quale si troverebbe una vera “associazione per delinquere”; al Parlamento in sé, volta a volta considerato come un intralcio o come luogo di spregiudicati reclutamenti. Ora siamo all’assalto finale. Questo hanno colto gli studenti, e il Presidente della Repubblica che, ascoltandoli, ha visto l’elemento che differenzia il movimento di oggi da quelli del passato, la volontà di essere protagonisti e, insieme, interlocutori delle istituzioni, nelle quali si riconoscono attraverso la Costituzione. Questo ha colto Daniel Baremboin quando ha aperto la stagione della Scala leggendo l’articolo 9 della Costituzione. Questo dovrebbero cogliere le forze politiche: la Costituzione sta di nuovo incontrando il suo popolo, com’era avvenuto nel 2006, quando 16 milioni di persone dissero no alla riforma costituzionale berlusconiana. Le forze di opposizione non hanno saputo, o voluto, amministrare quel patrimonio. Anche da una riflessione su questo punto può partire un rinnovamento della politica.